Il consiglio dei ministri ha dato il via libera al primo dlgs attuativo del federalismo fiscale Immobili di stato agli enti locali. Salvi i beni culturali «È la fine della mano morta statale, del patrimonio pubblico abbandonato e improduttivo». Il ministro per la semplificazione, Roberto Calderoli, aveva promesso un iter spedito per il varo del federalismo demaniale. Ma, bruciando le tappe, il decreto legislativo , che costituisce la prima applicazione pratica del federalismo fiscale, è stato portato sul tavolo del Consiglio dei ministri di ieri che lo ha approvato con alcune modifiche (rispetto al testo anticipato da ItaliaOggi il 17122009) che però non ne alterano l'impianto originario. Tra gli immobili di cui lo stato potrà privarsi, per trasferirli a regioni, province, comuni e città metropolitane, sono stati esclusi i beni culturali. Approvate anche alcune clausole di salvaguardia che escludono il passaggio agli enti locali delle reti e delle strade ferrate. Mentre si allungano i tempi per la predisposizione dell'inventario dei beni da trasferire. Entro 180 giorni dall'entrata in vigore del provvedimento dovrà essere completato l'elenco degli immobili che passeranno dal centro alla periferia. E ancora, l'imposta di scopo, che i comuni avrebbero potuto istituire per sovvenzionare la valorizzazione dei beni ricevuti dallo stato, viene momentaneamente accantonata ed espunta dal testo per ragioni tecniche. «Non sarebbe stato opportuno», spiega a ItaliaOggi Luca Antonini, presidente della commissione paritetica sul federalismo fiscale, «istituire l'imposta prima di giugno, quando verrà depositata la relazione sull'impatto finanziario della legge delega». A parte questi ritocchi, il dlgs dà il via libera al trasferimento, a titolo gratuito, di spiagge, porti, fiumi, laghi, isole, ma anche miniere, caserme, aeroporti regionali e soprattutto terreni e fabbricati. Un «enorme patrimonio immobiliare» di cui lo stato intende disfarsi a vantaggio degli enti locali con la speranza che sappiano gestirlo meglio e soprattutto trarne frutto a vantaggio della collettività amministrata. È lo stesso ministro Calderoli a fare un esempio delle opportunità che si apriranno per i comuni con il varo del federalismo demaniale. «Una qualsiasi caserma dismessa», spiega il ministro, «attraverso una variante urbanistica, potrà quintuplicare, o persino decuplicare, il suo valore, diventando un albergo, una scuola o un impianto polifunzionale. In questo modo si produrrà ricchezza per i cittadini, sfruttando beni che, altrimenti, resterebbero improduttivi». Gli enti locali che ricevono i beni di stato dovranno indicare sui propri siti internet i processi di valorizzazione cui intendono sottoporli, «garantendo così un procedimento assolutamente trasparente e sotto gli occhi di tutti». Dall'altro lato se un'amministrazione dello stato non vorrà trasferire un proprio bene agli enti locali dovrà pubblicamente motivare le ragioni per cui lo trattiene in proprietà. E mentre il ministro assicura che non si tratterà di «un trasferimento alla cieca» perché «la logica del federalismo demaniale sarà di attribuire la proprietà dei beni a chi dimostra di saperli meglio valorizzare», le reazioni degli enti locali sono per il momento improntate alla cautela. Flavio Del Bono, sindaco di Bologna e responsabile finanza locale dell'Anci, teme che il governo stia mettendo in atto una sorta di «rottamazione dei beni statali, trasferendo agli enti solo i beni abbandonati e da nessuno utilizzati». Più conciliante l'Upi. Secondo il neopresidente Giuseppe Castiglione, il federalismo demaniale «sarà occasione di sviluppo».