Il settore del restauro è in uno stato febbrile. Il Decreto n. 53 del 30 marzo 2009, con il quale il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha deciso, dopo anni di attesa, di regolamentare la qualificazione di restauratore, ha precipitato in un limbo di incertezza molti tra coloro che da anni lavoravano, convinti di essere restauratori, e coloro che studiavano progettando di diventarlo. E mentre restauratori ed aspiranti tali lanciano appelli, presentano ricorsi e si scagliano accuse reciproche attraverso associazioni di categoria e comitati di neoformazione, a non preoccuparsi affatto del Decreto sono le imprese di edilizia che da anni ormai spadroneggiano nel settore grazie a leggi compiacenti, di cui l'ultima forse è proprio il decreto in questione. Vediamone il perché con Fabiano Ferrucci, docente di restauro presso l'Università degli Studi di Urbino. La sanatoria prevista nel Decreto del marzo 2009 non rischia di aprire la "caccia alle streghe" contro chi lavora da anni, infierendo in ultima analisi su una situazione generale di precariato e di crisi economica del settore? Il Ministero per Beni Culturali sta cercando di applicare la legge (il Codice dei Beni Culturali del 2004 di cui il decreto 532009 è un regolamento). Ma applicare la leggi in Italia è talvolta più difficile che farla approvare, soprattutto quando a distanza di anni dall'emanazione la situazione si è complicata ulteriormente. Pertanto, la commissione ministeriale deve svolgere un compito ingrato: applicare la legge, di per sé già complessa, ad un ginepraio di situazioni diverse, generate da decenni di assenza istituzionale. All'origine di questo caos vi è la responsabilità di chi non ha definito al tempo dovuto i requisiti di qualificazione degli operatori di un settore così delicato. Competenze e requisiti andavano stabiliti già dagli anni Ottanta, prima che proliferassero corsi di formazione di ogni tipo e prima che si generasse un mercato degli appalti di restauro fondato sul mero profitto; un mercato che, nel vuoto normativo che ha caratterizzato il settore fino alle soglie del 2000, ha di fatto creato dal nulla operatori ed inventato imprese specialistiche prive di competenze. Basti pensare che, da un'indagine del 2008 basata su dati desumibili dal sito dell'autorità di vigilanza, delle 529 imprese con categoria specialistica di restauro (certificazione S.O.A in OS2), ben 124 - quasi una su quattro - dichiarava un direttore tecnico con qualifica non di restauratore di beni culturali come la legge vorrebbe, ma di architetto, ingegnere o geometra. Quando inizia questa vicenda della qualifica di "Restauratore" e "Collaboratore Restauratore"? I primi atti normativi relativi alla qualificazione professionale dei restauratori hanno approvazione nel 2000, nell'ambito della normativa sui lavori pubblici (Decreto Ministeriale 2942000, modificato dal D.M. 4202001). Ma fino al 2009 pochi si sono preoccupati di rispettarli, poiché ha fatto comodo a molti assegnare lavori ad imprese ed a restauratori privi di requisiti. In base a quegli affidamenti illegittimi, le imprese hanno ottenuto le certificazioni ed i direttori tecnici diventeranno restauratori di beni culturali ope legis. Un processo inverso a quello che la logica vorrebbe. Come faranno i direttori tecnici delle imprese ad ottenere la qualifica senza aver mai svolto personalmente la professione di restauratore? Questo lo favorirà la sanatoria, perché intende agire attraverso meccanismi propri della qualificazione di impresa e non della verifica dell'esercizio della professione. L'interpretazione della legge che dà il Ministero (Linee Guida - circolare del Mi.B.A.C. 352009) prospetta il riconoscimento diretto ope legis della qualifica di restauratore a soggetti privi di titoli formativi specifici in restauro, che hanno rivestito la carica di direttore tecnico di imprese in base ai soli certificati. Secondo le Linee Guida: "Si tratta di posizioni nelle quali, all'affidamento di lavori di restauro da parte delle soprintendenze o dei privati ed alla certificazione del buon esito di detti lavori può presumibilmente farsi discendere, a favore di chi ricopriva detta posizione, lo svolgimento di attività di restauro "diretto" e con "responsabilità diretta"che la legge richiede". Quindi, stante all'interpretazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, sarebbe sufficiente a dimostrare di essere restauratore il certificato di esecuzione lavori o altri documenti inerenti l'impresa, in cui è evidenziata la carica di direttore tecnico? I due requisiti di legge necessari per essere restauratore sono lo svolgimento di attività di restauro "diretto" e la "responsabilità diretta". Se nelle imprese a struttura artigiana il direttore tecnico è un restauratore che opera direttamente quale artigiano (ricoprendo al contempo la carica di rappresentante legale o socio lavoratore), nelle realtà di imprese di altra dimensione e carattere (ad esempio edile) la struttura lavorativa è articolata in modo diverso. Il direttore tecnico è una carica societaria e chi la ricopre non lavora direttamente sulle opere quale restauratore, operaio o altro. Qui sta la "compiacenza" del Decreto: inserendo ope legis nell'Elenco Ministeriale dei Restauratori di Beni Culturali coloro che privi di formazione specifica, alla data di entrata in vigore del decreto del Ministro (DM del 24 ottobre 2001, n. 420), hanno ricoperto il ruolo di direttore tecnico per un periodo di almeno otto anni, si otterrà quindi il nefando risultato di titolare quali Restauratori di Beni Culturali anche soggetti che non hanno mai toccato un'opera d'arte, ovvero non hanno mai svolto attività di restauratori. Che si dovrebbe fare? La sanatoria di una professione, per essere credibile, deve prima di tutto accertare se in passato il soggetto ha realmente esercitato il mestiere in questione. Credo che, prima di attribuire la qualifica di Restauratore di Beni Culturali a chi, privo di formazione, risulti sui certificati "direttore tecnico" dell'impresa, vada quantomeno verificato, attraverso i documenti contributivi, previdenziali ed assicurativi, che mestiere il soggetto ha realmente svolto. Ma questo sembra un dettaglio irrilevante per chi ha la responsabilità istituzionale della tutela del nostro patrimonio. Ma almeno per chi ha lavorato come dipendente della pubblica amministrazione la situazione dovrebbe essere più lineare? Non direi. Con il Decreto del 30 marzo 2009 stanno venendo al pettine anche i nodi dei dipendenti pubblici assunti col ruolo di restauratore, molti dei quali non hanno i requisiti di legge, nonostante si siano riqualificati come tali attraverso procedure concorsuali. Come è possibile che il Ministero abbia incaricato della responsabilità di interventi di restauro sul nostro patrimonio artistico, oltre che imprese prive di requisiti, anche dipendenti che, in base al Codice dei Beni Culturali del 2004, non sono neanche restauratori? La risposta l'ha data nel 2005 Adriano La Regina, che per ventotto anni ha guidato la Soprintendenza Archeologica di Roma: "i ruoli tecnico-scientifici sono stati inquinati, con la complicità sindacale, da personale non sempre qualificato per assumere posizioni di altissima responsabilità culturale" (Adriano La Regina, La Repubblica, martedì 23 agosto 2005, pag. 17). Chi pagherà il prezzo di questa sanatoria? Pagheranno, come sempre, gli "anelli deboli della catena", ovvero i lavoratori delle imprese, il cui problema maggiore è oggi la dimostrazione dei requisiti. Dovrebbero infatti riuscire a documentare di aver lavorato come restauratori su interventi avvenuti negli anni Ottanta e Novanta (prima comunque del 2001), del cui iter di svolgimento amministrativo loro, dipendenti o con rapporti di lavoro precario con l'impresa appaltatrice, già allora sapevano ben poco. Si pensi a distanza di venti anni cosa riusciranno a documentare. Un archivio dedicato ai restauri del Ministero semplicemente non esiste e molte delle relazioni tecniche finiscono, ancora oggi, nei cassetti dei funzionari. L'unica traccia sono gli atti legati alla procedura burocratica di affidamento, di autorizzazione e di svolgimento dei lavori, dove risulta solo il responsabile dell'impresa, quel famoso direttore tecnico che in base al D.M.532009 diventerà il "Restauratore di Beni Culturali". Tutti gli altri, quelli che hanno lavorato realmente sui cantieri o nei laboratori, semplicemente non esistono, poiché il loro nome non compare su "atti emanati, ricevuti o comunque custoditi dalla soprintendenza". Sono questi lavoratori che pagheranno il prezzo più alto per "compiacere" il mondo imprenditoriale.