Gli interventi della Prestigiacomo. E la corsa a costruire impianti energetici e strutture 'verdi'. Così vengono soffocate le aree protette d'Italia In teoria è l'area più protetta d'Europa, quel piccolo paradiso naturale della Duna di Lesina, striscia di terra che per 20 chilometri corre parallela all'omonima laguna, unica del genere in Italia, e la divide dal mare, entro il Parco del Gargano. Bosco Isola, è l'altro nome della Duna: perché è tutto un aggrovigliarsi di lecci e salici, eriche e corbezzoli e macchia mediterranea a sclerofille, tra le testuggini che spiaggiano, 70 specie di uccelli che si riproducono, l'airone rosso e il tarabuso che qui nidificano, le anguille che ancora si pescano nei mesi d'inverno. Non c'è sigla del contorto armamentario ecoburocratico (sic, ate, iba, zps, zona A, ex-lege 1939, ovvero sito d'importanza comunitaria, zona a protezione speciale, important bird area, vincolo paesaggistico, idrogeologico e quant'altro) che non stia in bella mostra ad ammonire: qui non si tocca niente. Come in quei palazzi dove le Belle Arti vietano anche di mettere tendine alle finestre per non sciupare la Storia. Invece proprio qui, sulla Duna, entro la zona a massima protezione del Parco, ci vogliono fare un villaggio turistico. 'Ecovillaggio', si legge nel progetto, e uno pensa a due o tre capanne per amanti del birdwatching, rispettosissimi e un po' maniaci. Invece no: "Trattasi di 80 strutture abitative, 200 posti letto, parcheggi, 5 corpi accessori per sala convegni, reception, ristoranti e centro servizi, cubatura dichiarata 19.430 metri cubi", denuncia Enzo Cripezzi, delegato per la Puglia della Lipu e coordinatore dell'associazione Altura che tutela i rapaci: "Ah, scordavo: più un ettaro di terreno di pannelli solari. Ormai non c'è comune del Mezzogiorno che non sia destinatario di almeno un progetto di eolico o di fotovoltaico, impianti inutili e devastanti giacché pensati solo per spillare soldi a palate dall'Unione europea". Pale eoliche previste anche tutt'intorno al parco: a Poggio Imperiale, Apricena, nella stessa Lesina, dopo che "già si sono mangiati i tre previsti parchi regionali dei Monti Dauni nord, Dauni sud e Ramitelli, cancellati da alcuni sindaci-Masaniello allettati dalle royalties della lobby eolica". Oltre che dalle pale, il Parco è sul punto di essere accerchiato e soffocato da altre due lottizzazioni turistiche: 'Tenuta del Gargano' nell'agro di Cagnano Varano, 300 metri dal confine, e 'Lesina Due', cento metri dalla laguna, col concorso e in parte sul terreno proprio del Comune, 330 villette e un campo da golf per 3.167 nuovi residenti. Così nel progetto presentato prima alla Regione, poi ritirato e subito ripresentato alla Provincia di Foggia: che forse viene considerata più malleabile, nel marasma di una pubblica amministrazione dove ciò che non ottieni per la via maestra puoi sempre perseguire per vie traverse. Dovremmo elencare anche i tre limitrofi progetti di porti turistici. Ma forse è sufficiente, come fotografia emblematica dello stato in cui versa la protezione ambientale in Italia proprio là dove un principio di tutela piena dovrebbe incarnarsi al meglio: cioè nei parchi naturali nazionali. Sono 23 (il 24esimo, Golfo di Orosei e Gennargentu in Sardegna, istituito nel '98, non è mai nato, e dieci anni dopo una sentenza del Tar l'ha cancellato), e ovviamente non tutto il paese è Lesina. In comune hanno però il drastico taglio alle risorse. E i disastri annunciati di una politica ministeriale di respiro sempre più corto. "L'ultimo governo Prodi aveva in bilancio per i parchi nazionali 70 milioni di euro, la prima Finanziaria di Berlusconi ne ha cancellati 22, e altri tagli sono annunciati", conteggia Angelo Bonelli, il neopresidente dei Verdi che s'è accollato l'improbo compito di far rinascere una qualche entità politica ambientalista dalle ceneri della sconfitta elettorale. Bonelli attacca frontalmente il ministro per l'Ambiente, Stefania Prestigiacomo: "Con il pretesto di ridurre di una unità i consigli di amministrazione, vuole azzerare gli enti di gestione dei parchi e attuare un radicale spoils system, insomma piazzare i suoi. La stessa identica manovra l'ha tentata con le Commissioni Via, Vas, Covis e Ippc (cioè Valutazione d'impatto ambientale, Valutazione investimenti, Prevenzione inquinamento), ma le è andata male: il Tar le ha dato torto". Senza soldi, i parchi, e sotto assalto dal poltronificio della politica. Gli effetti collaterali sono a cascata. "È questione di orizzonte temporale: ci vanno almeno dieci anni per ripopolare una specie, come il camoscio d'Abruzzo sulla Maiella o lo stambecco sopravvissuto solo al Gran Paradiso e ora reintrodotto in altre aree alpine, prima fra tutte il parco regionale delle Orobie sopra Bergamo. Come puoi lavorare se dipendi dai finanziamenti straordinari annuali o al massimo triennali di una Fondazione bancaria?", chiede Claudio Celada, Lipu anche lui, direttore del dipartimento conservazione della natura: "E, quand'anche fosse, in questo modo puoi immaginare interventi solo per le specie più sexy (le chiamiamo così) e appetibili per i media: l'orso e il lupo delle favole, la cicogna dei bimbi, l'aquila reale emblema di stati e casati. Sarà sì e no il 2 per cento della biodiversità. E il resto?". Già. A chi volete che importi il destino della averla piccola, un passeriforme in realtà assai interessante perché legato a mosaici di agricoltura estensiva che ormai stanno scomparendo? E sai quante ironie se una banca volesse lustrarsi l'immagine salvando l'avvoltoio capovaccaio, lo stesso degli egizi ormai ridotto a una ventina di coppie sui monti Sicani in Sicilia, o la gallina prataiola, estinta sul continente e rimasta solo in tre o quattro aree della Sardegna che sono sì preziosissimi serbatoi di biodiversità e habitat di varie specie rare, ma dal punto di vista turistico sono zero, inutile terra di nessuno. Uno schema del genere, però, difensori della natura contro devastatori, non rende conto appieno del guazzabuglio di conflitti d'interessi (non sempre illegittimi) di cui è fatta la quotidianità della gestione di un parco. Problemi che discendono proprio da ciò che distingue i nostri parchi da quelli, poniamo, degli Stati Uniti, laddove sono aree interamente demaniali. Da noi, invece, "comprendono terreni di proprietà di Comuni e di privati, gestiti da comunità montane e enti forestali, aree anche intensamente abitate", spiega Fulco Pratesi, ex presidente del Wwf e per dieci anni del Parco nazionale d'Abruzzo. A lui si deve in larga parte l'impianto della legge-quadro 394 sulle aree protette, promulgata 18 anni fa, e la difende a spada tratta: "Far diventare economicamente produttivi i parchi, questo è il miracolo italiano. Sfatiamo anche il mito del poltronificio: ci si lavora per quattro soldi, anche gli amministratori hanno stipendi da ridere". Non tutto il mondo ambientalista la pensa così: "Le popolazioni la vivono come un vincolo e un'imposizione, e gli uffici tecnici dei parchi badano a strade, parcheggi e opere di urbanizzazione assai più che alla conservazione della natura. No, non ha funzionato", critica l'ex direttore del parco dello Stelvio Luigi Spagnolli, attuale sindaco di Bolzano. Prestigiacomo ha dichiarato l'intenzione di cambiarla: ma l'unica bozza che gira, neppure siglata, in epoca di federalismo galoppante bada solo ad accentrare scelte e nomine nelle mani del ministero. Preoccupazioni da marziani, se si fa un giro dei parchi a dare un'occhiata a quanti e quali pericoli li minacciano. Come s'è visto per il business dell'eolico e del fotovoltaico, una stravolta retorica ambientalista sulle fonti rinnovabili è la foglia di fico per tentare di riaprire, a biomasse, la centrale Enel entro il parco del Pollino tra Calabria e Lucania, dove non ha alcun senso (vedi box). Il ripristino della navigazione turistica sul lago di Sabaudia, nel parco del Circeo, ha provocato cause civili tra Comune ed Ente parco, guerra fratricida tra i proprietari del lago, infiltrazioni malavitose. Il parco dello Stelvio, gestito da una pletora di comitatini in rappresentanza di Lombardia e province di Trento e Bolzano, è stato prima devastato dagli impianti per le Olimpiadi di Bormio 2005 con strascico di processi e condanne, e poi quasi prosciugato dalla captazione di acque dai laghi di San Giacomo e Cancano per rifornire la rete idrica di Milano: "Ma interessi del genere sono quasi impossibili da contrastare", annota sconsolato Spagnolli: "Senza risorse per pagare gli avvocati, un parco perde regolarmente ogni causa, contro imprese private e Comuni che le favoriscono, ma anche contro l'ultimo assessore che blocca l'abbattimento dei cervi in eccesso in barba a tutti i piani faunistici". Se le 7 mila baite censite nella parte lombarda non sono ancora diventate altrettante villette con annessi reticoli di strade, acquedotti e fili telefonici, lo si deve solo al fatto che le eredità sono frastagliatissime: il giorno che qualcuno si accorda per vendere, qua diventa tutto una lastra di cemento. Domanda: fino a quando ci si può affidare, per la tutela dei parchi, alla benevolenza del caso e ai capricci di un ministro?
L'Espresso
17 Dicembre 2009
AMBIENTE. OASI ASSEDIATE: parchi nazionali l'assalto delle lobby
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Roberto de Caro
L'Espresso
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Bene culturale
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