L'università ha perso prestigio bisogna restituirle un ruolo strategico all'interno della società PISA. La professoressa Lucia Tomasi Tongiorgi, una delle personalità di maggior rilievo dell'Università di Pisa (è stata anche insignita dell'Ordine del cherubino, l'onorificenza più prestigiosa dell'ateneo), prorettore dal 2003 ed esperta di storia dell'arte moderna, va in pensione. Ma davvero la docente ha intenzione di mollare l'Università? «Dal primo di novembre sono in pensione, ma non sto con le mani in mano, anzi. Il rettore Pasquali mi ha offerto la delega alla Cultura ed io ho accettato con molto piacere. Continuerò a lavorare nello stesso ambito e, finché la salute me lo permette, sarò spesso in giro: in programma ci sono già conferenze a Catania, in Germania, in Brasile e soprattutto a Washington, dove mi è stata offerta una "senior fellowship" alla National Gallery of Art. Ho intenzione poi di dedicare maggior tempo alle attività del Museo della Grafica di Pisa». È un incarico molto prestigioso. Non è che anche lei, dopo una vita di lavoro in Italia, ha deciso di abbandonare la nave? «Si figuri che la borsa che mi era stata offerta copriva un anno intero, ma non me la sono sentita di lasciare la famiglia e l'Università per così tanto tempo, dunque ho deciso di andare solo per due-tre mesi. In ogni caso, sono stata molto contenta, alla National Gallery mi conoscono già: nel 2001 organizzai la prima mostra dopo l'11 settembre. Fu una grande responsabilità scientifica che per fortuna ebbe molto successo». Torniamo al passato, ai suoi inizi all'Università. «Io sono di famiglia pisana, ho sempre vissuto in questa città. Mi sono diplomata al liceo classico, poi l'iscrizione all'Università, negli anni Cinquanta. Nel '62 la laurea con il mio grande maestro, il professor Carlo Ludovico Raglianti. Divenni subito assistente volontaria, una qualifica che oggi non esiste più. Nel contempo ho insegnato nelle scuole medie superiori. Fu una bella esperienza, perché imparai che insegnare significa soprattutto stabilire un forte contatto umano con gli studenti». Com'era l'Università allora? «Quello dei primi anni Sessanta era un mondo accademico chiuso ed elitario. Il Sessantotto rappresentò un profondo cambiamento: gli iscritti aumentarono e il tradizionale principio di autorità fu messo in discussione. Per alcuni professori questo cambiamento rappresentò un serio problema, anche dal punto di vista dei metodi di insegnamento». Lei come ha vissuto quel periodo? «In maniera attiva e partecipe, sia sul piano politico sia su quello sociale. Precisando che ho sempre considerato importante la qualità e la risposta didattica, ricordo di aver tenuto alcuni seminari di storia dell'arte sociale, una delle materie che attraevano di più gli studenti». Gli studenti di oggi sono diversi da allora? «Sono piena di ammirazione per la loro capacità di adattamento e per la loro inventiva. A cambiare è stato il contesto. Ai miei tempi si guardava con maggior fiducia al futuro. Io, ad esempio, ho potuto scegliere precocemente quello che avrei fatto da adulta. Oggi manca la sicurezza nel domani e anche i più bravi sono costretti ad arrabattarsi per lungo tempo prima di arrivare. E non solo in ambito universitario». Ad un brillante neolaureato desideroso di proseguire gli studi, oggi suggerirebbe di andare all'estero o di rimanere in Italia? «Sono sempre stata fautrice di un'esperienza temporanea oltreconfine. La considero un valore aggiunto, ma non sono d'accordo sull'abbandono dell'Italia. Sarebbe esiziale per il nostro Paese se i migliori cervelli emigrassero all'estero, sono loro che devono aiutarci a raddrizzare una barca che procede in acque molto procellose». Quali sono oggi i principali problemi dell'Università? L'istituzione universitaria ha perso molto del suo prestigio. La buona ricerca e la buona didattica non sono considerate come il motore della società e una tale miopia ha finito col demotivare i docenti, ma anche gli studenti. Bisogna potenziare gli studi e la ricerca, puntare sulla meritocrazia. La cosa fondamentale è restituire all'università e alla cultura un ruolo strategico all'interno della società». Lei parla di cultura, una parola scomparsa dal dibattito pubblico. «Purtroppo è molto svalutata. La globalizzazione ha rappresentato per alcuni aspetti un fatto positivo, ma è stata pagata a caro prezzo con una diminuzione dei valori di serietà e rigore, che invece si sono sempre accompagnati al concetto di conoscenza». Il comparto umanistico in quale situazione versa? «È in grande sofferenza a causa degli scarsi investimenti pubblici e del peso giustamente crescente dell'ambito medico e scientifico. Ciononostante, la cultura di base continua ad avere potenzialità notevoli. I beni culturali sono la nostra ricchezza, il "nostro petrolio", una risorsa che meriterebbe di essere sfruttata in maniera intelligente. Penso ad un turismo culturale di alto livello, che potrebbe trasformarsi in una risorsa economica eccezionale. Mi sembra però che ci sia una totale sordità da parte di chi prende decisioni su questi temi». Professoressa come si immagina l'Università fra altri cinquant'anni? «Credo che continuerà ad essere un sistema strategico per la società. Non sono un "laudator temporis acti", anzi. Però credo nella teoria dei corsi e ricorsi storici. Se questo è un periodo nero, mi auguro che prima o poi ce ne sarà uno migliore e per arrivarci bisogna puntare sull'internazionalizzazione, sull'apertura alla società e sulla serietà».