Come giudicare il «Rapporto 2009» di Federculture presentato ieri a Roma, nell'Auditorium del nascituro Maxxi? Forse, molto banalmente, si potrebbe parlare di luci e ombre. Visto che i dati elaborati nel documento che annualmente «fotografa la domanda e le spese di cultura degli italiani », incentrato stavolta su «Crisi economica e competitività», parlano di recuperi spesso ridotti (come il 1 per quello che riguarda il pubblico di musei) e al tempo stesso di flessioni spesso catastrofiche (come quella registrata dal sito archeologico di Pompei, -12). Mentre, a dimostrare che la domanda di cultura in qualche modo «tiene ancora », c'è la constatazione che l'emorragia di visitatori dei musei si è limitata nei primi mesi del 2009 al -2,78 (contro il -3,88 del 2008). Raddoppiare gli investimenti dello Stato nel settore della cultura, fino a portarli a tre miliardi di euro nell'arco di un biennio (compito particolarmente difficile considerato che i tagli hanno ridotto del 23,02 lo stanziamento destinato al Ministero per i beni culturali): questo ha chiesto Federculture («l'associazione nazionale dei soggetti pubblici e privati che gestiscono le attività legate a cultura e tempo libero») per bocca del presidente generale Roberto Grossi (e con lui il presidente onorario Maurizio Barracco, il presidente della Fondazione Maxxi Pio Baldi e il presidente della Fondazione Triennale di Milano Davide Rampello). Una richiesta sicuramente legittima visto che il settore «detiene » il 2,6 del nostro Pil e 550 mila occupati (pari al 2,3 dell'intera forza lavoro). La mappa che emerge dal Rapporto parla di un «Paese molto invecchiato» che però, negli ultimi dieci anni, è riuscito ad incrementare la spesa per arte cultura e tempo libero. Intanto la domanda delle famiglie (in teatro, concerti, musei) regge meglio di altri «la crescita del debito pubblico » (riuscendo a passare dai 48 miliardi di euro del 1998 ai 64 del 2008). E se rimane il divario tra Nord e Sud, con il Trentino primatista in cultura (con 159 milioni di euro), consolante è la piazza d'onore della Sicilia). E certo preoccupa la perdita di attrattività delle nostre città d'arte (-6,9), testimoniata anche da indicatori internazionali come il «Country Brand Index ». Tra i trend dell'arte ecco il crescente interesse per le fiere internazionali (l'Arco di Madrid, il Frieze di Londra, l'Art Basel vengono ormai considerate come vere e proprie «anticipatrici di tendenze»); ecco il successo della Biennale (prima tra le mostre più viste in Italia, nella foto ) e di Venezia in genere (con le piazze d'onore dei futuristi del Guggenheim e di Mapping the Studio alla Fondazione Pinault). Amara è, infine, la constatazione che i musei italiani scendano nella graduatoria internazionale dei più visti: dagli Uffizi a Palazzo Ducale, da Castel Sant'Angelo al Museo di Risorgimento (in calo anche Hermitage e Prado). Soprattutto se si pensa agli esaltanti aumenti del British Museum, della National Gallery, del Moma (e di quelli più contenuti di Louvre e Metropolitan). Soltanto i Vaticani (peraltro non propriamente italiani) reggono il confronto: salendo, con il 3,1, dal settimo al sesto posto. Stefano Bucci