CRISI. Il rapporto annuale Federculture rivela le potenzialità anche economiche di un comparto che vale il 2,6 del Pil Cresce il pubblico di teatro, cinema e concerti. Grandi le disparità: i trentini vanno nei musei tre volte più dei calabresi. Turismo in tilt La crisi c'è e morderà ancora a lungo. Ma se la recessione evoca gli spettri del 1929, il paradosso è che la domanda di cultura, settore immateriale per eccellenza, almeno per il momento tiene. Una chance che andrebbe messa a frutto investendo sul futuro, sottolinea Federculture, che nel suo sesto rapporto annuale, presentato a Roma, scatta una fotografia che dopo il buio del 2008 mette in luce piccoli recuperi almeno per il teatro (dove il pubblico cresce del 3,9), per i concerti (3) e per le mostre (1). Mentre anche nei musei statali, dove il segno rimane negativo, l'emorragia dei visitatori si riduce, passando dal -3,88 del 2008 al -2,78 dei primi otto mesi del 2009. «La cultura è il settore che sembra reggere più di altri ai colpi della crisi e si candida a essere uno dei fattori trainanti della ripresa», fa notare il presidente Roberto Grossi nel rapporto che quest'anno è dedicato a [FIRMA]Crisi economica e competitività. Tanto che nel primo semestre del 2009 torna a crescere anche la spesa del pubblico, ancora una volta con il teatro (13,94) il cinema (2,39), i concerti di musica classica (3,23). Numeri che si allineano alla tendenza degli ultimi dieci anni, con la spesa delle famiglie italiane che in questo settore è passata dai 48 milioni annui del 1998 ai 64 milioni del 2008, segnando un incremento del 34. Dieci anni che non hanno colmato le distanze tra Nord e Sud, tra una regione e l'altra. Tant'è che i trentini frequentano musei e mostre tre volte di più dei pugliesi e vanno a teatro due volte e mezzo più dei calabresi. Con il Trentino Alto Adige che, non a caso, si rivela la Regione che spende di più per la cultura, ben 159 milioni di euro, seguito da Sicilia, Piemonte e Friuli Venezia Giulia. Ma i dati sulla ripresa dei consumi, è la tesi di Federculture, ribadiscono l'importanza del settore culturale (che è pari al 2,6 del prodotto interno lordo e ha circa 550mila occupati, ovvero, il 2,3 della forza lavoro del Paese) per dare nuove chance al futuro dell'Italia. Perché il contesto generale è ancora critico, gli indicatori internazionali, come il Country Brand Index, segnalano una perdita dell'attrattività italiana, eppure l'unico settore nel quale, sul piano dell'attrazione internazionale, rimaniamo saldamente in testa è proprio quello dell'arte e della cultura. Sebbene anche il turismo culturale sia sotto scacco, tanto che nel 2008 persino le città d'arte hanno segnato un -6,9. «La recessione globale si presenta anche per turismo e cultura come un momento delle verità», fa notare Grossi. «Servono riforme istituzionali e organizzative che riordinino le funzioni di coordinamento, riqualifichino il sistema di offerta per rilanciare in modo organico la promozione del nostro brand». Servirebbero più investimenti statali: negli Usa, si sottolinea nel rapporto, Obama ha appena destinato all'arte 50 milioni di dollari all'interno del pacchetto anticrisi, in Italia i tagli hanno ridotto del 23,02 rispetto al 2008 lo stanziamento del ministero dei Beni culturali. Mentre la crisi riduce la generosità dei privati, con il mercato delle sponsorizzazioni che nel 2009, in Italia, arretrerà complessivamente del 8,6 rispetto al 2008. La strada, suggerisce Federculture, è quella di togliere alla cultura il vestito da cenerentola e inserirla a pieno titolo nelle politiche di governo, con una attenzione diretta dei ministeri dell'economia e dello sviluppo economico. Con uno Stato, «che non si sottragga al compito di finanziare la formazione e l'arte». Solo sulla base di questi presupposti, sottolinea Grossi, «anche il coinvolgimento di imprese e altri soggetti privati potrà avere un nuovo impulso». Ma tutto questo resterà un'utopia senza un ampio progetto per il settore che apra delle reali possibilità di innovazione e sviluppo per il Paese. «Che altrimenti», conclude il presidente di Federculture, «senza la cultura si spegnerà, e rimarrà accesa solo la tv».