Più spese per cinema e teatro, meno per stadi e discoteche ROMA - Siamo ancora il Belpaese per eccellenza, ma avere un grande patrimonio artistico alle spalle questa volta non basterà a salvarci: dovremmo investirci sopra e invece tagliamo del 23 per cento i fondi dedicati, dovremmo «sfruttare» la cultura per rilanciare leconomia e invece continuiamo a considerarla un costo piuttosto che unopportunità. Perdiamo colpi rispetto a paesi con meno storia, ma più idee. Cè un allarme e un appello nellultimo rapporto Federculture (la federazione dei soggetti pubblici e privati che programmano e gestiscono il settore culturale) dedicato, questa volta, a crisi economica e competitività. Lallarme sta nei dati: limmagine e lattrattività dellItalia, misurata nellultima indagine internazionale (il Country brand Index) è scivolata dal quinto al sesto posto. Nel 2008 le presenze alberghiere nelle città darte sono diminuite del 6,9 per cento rispetto al 2007, pur rappresentando il 63 per cento dei pacchetti turistici venduti allestero. Nei primi mesi otto mesi di questanno i musei statali hanno registrato un calo dei visitatori del 2,7 per cento e nella classifica internazionale bisogna arrivare al gradino 23 prima di trovarne uno italiano (gli Uffizi, che comunque un anno prima stavano al ventunesimo posto). Eppure, e qui sta lappello, la domanda di cultura cè, nonostante i tempi di crisi e il taglio dei consumi. Si tratta di saperla cogliere e di investire sullofferta. Non è vero, ad esempio, che il popolo pensa solo allo stadio, allo sport o alle discoteche (dove i consumi, fra il 2008 e il 2009, sono è diminuiti dello 0,4 per cento): è aumentata la frequentazione dei teatri (3,9), la visita ai siti archeologici e ai monumenti ( 2,3) la partecipazione sia ai concerti in genere ( più 3 per cento) che a quelli dedicati alla musica classica (più 2 per cento). Offrire, vuol dire anche creare occupazione e rilancio dei consumi: dopotutto, fa notare il rapporto, il settore culturale e ricreativo ha un valore pari al 2,6 per cento del Pil. «Eppure sul tema cè un paradosso tutto italiano - sottolinea il presidente Roberto Grossi - dimenticandosi che la cultura non è solo conservazione del passato, ma serve al presente delleconomia ed è la principale fonte dellintegrazione le si negano i fondi, si taglia listruzione, non si tutela il paesaggio». Un tendenza che è un tuttuno con la perdita della competitività, la fuga dei cervelli, il tasso di abbandono universitario (55 per cento). Citando Garcia Lorca, Grasso ricorda che «la cultura costa, ma lincultura costa di più» e precisa che mentre Obama, nel suo pacchetto anticrisi, ha inserito investimenti a favore dellarte, da noi il fondo per il ministero dei Beni culturali è stato tagliato del 23 per cento rispetto al 2008 (pur con un parziale reintegro di 60 milioni). Al governo Federculture chiede quindi di raddoppiare gli investimenti, portandoli a 3 miliardi in due anni, pur ammettendo che va fatta una «selezione rigorosa degli interventi e va migliorata la gestione». Di fatto fra le dieci mostre più visitate al mondo nel 2008 non ve nè nemmeno una italiana.