E un botta e risposta serrato quello tra il ministero dei beni culturali e le rappresentanze dei restauratori italiani (Feneal-Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil) scese in piazza a Roma lo scorso 12 dicembre per protestare contro i nuovi criteri per acquisire il titolo. E a nulla è servito l'annuncio dello stesso titolare di beni culturali Sandro Bondi di una proroga della data di scadenza del bando per la selezione dei requisiti. Perché il problema, è la protesta dell'ultima ora, non si risolve così, ma solo «con un confronto politico e tecnico che ridiscuta l'iniquo impianto normativo che deciderà le sorti lavorative di migliaia lavoratori del settore». Sono circa 40 mila gli operatori del comparto, tra restauratori, collaboratori e tecnici, che rischiano il posto di lavoro se entro il 31 dicembre 2009 non verranno cambiati i criteri stabiliti dallo stesso ministero con il decreto del 29 settembre 2009 per l'accesso all'attestazione diretta dei titoli di restauratore e di collaboratore dei beni culturali e alla prova di idoneità. In particolare a sollevare polemiche è la clausola, con valenza retroattiva, che prevede la dimostrazione di otto anni di esperienza professionale in cantiere di restauro, con responsabilità diretta. La nuova norma prevede che il titolo spetti solo a chi ha frequentato le tre uniche scuole statali, ovvero l'Opificio delle pietre dure di Firenze, l'Istituto centrale di restauro a Roma e la Venaria reale di Torino, o a chi sia in possesso di una laurea specialistica quinquennale accompagnata da due anni di pratica. Tutti gli altri, che in questi anni si sono formati nelle scuole regionali, devono integrare gli attestati in loro possesso con certificazioni della Soprintendenza che documentino gli anni di lavoro svolto sui beni pubblici prima del 2001. Cosa difficile da ottenere dal momento che nel passato le certificazioni non erano necessarie ed è improbabile che possano essere rilasciate a distanza di tempo. In questa rivoluzione saranno i più giovani restauratori ad essere maggiormente penalizzati, quelli che pur avendo frequentato le scuole professionali riconosciute dalla regione hanno come unica strada quella di fare un esame che permetterà loro di avere la qualifica. Ma che sia necessario regolamentare la figura del restauratore sono tutti d'accordo, rappresentanze sindacali comprese. Il problema è il metodo, dice Roberto Ferrari della Feneal Uil che, di fatto, azzera il passato lavorativo. Del resto «la figura storica del restauratore non si è formata solo nelle scuole del restauro che da qui in 50, 60 anni ha sfornato solo un migliaio di figure, ma la maggior parte si sono formate nei cantieri, nelle botteghe artigiane in anni di esperienza che vengono azzerati così. Il problema non è quindi, per rappresentanze di categoria, la proroga di una bando, ma di qualcuno che vuoi mettere mano a un comparto in cui si vogliono creare figli e figliastri, cancellando numerose imprese e migliaia di lavoratori del settore. Ecco perché», chiude Ferrari «chiediamo un incontro urgente con Bondi per aprire un tavolo di confronto e arrivare a una soluzione».
ROMA - Restauratori ai ferri corti Scesi in piazza 40 mila operatori del comparto.
Il ministero dei beni culturali e le rappresentanze dei restauratori italiani (Feneal-Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil) si sono scontrati a Roma il 12 dicembre per protestare contro i nuovi criteri per acquisire il titolo di restauratore. I criteri, stabiliti con il decreto del 29 settembre 2009, prevedono la dimostrazione di otto anni di esperienza professionale in cantiere di restauro, con responsabilità diretta, e richiedono che il titolo spetti solo a chi ha frequentato le tre uniche scuole statali o ha una laurea specialistica quinquennale accompagnata da due anni di pratica.
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