E' sempre una fortuna leggere Pietrangelo Buttafuoco, ma martedì la sua prosa, pur ricca di ironia e di verità, mi ha dato un piacere dal fondo amaro, quasi un malessere. A volerne secondare la suggestione corrosiva, dopo aver letto sorridi, rifletti, ti versi una generosa dose di cicuta e ti metti davanti alla tv. Adieu, e la cultura passa e tutto passa... con la storia, la destra e la sinistra. Il magone ti avvolge e ti strizza, ma poi ti ricordi che bisogna (...) (...) diffidare anche degli autori più apprezzati quando sono intelligenti e che un beau geste, in questi tempi di listini calanti per il buongusto, non ha nemmeno valore di mercato. E allora ti astieni e ti chiedi se sia giusto «chiamarsi fuori» e infierire sui cirenei che cercano l'arca perduta della «cultura di centrodestra». La tentazione di seguire Buttafuoco è forte, intendiamoci. C'è anche una ragione quasi antropologica, dovuta a una costellazione di consolidate abitudini anarco-aristocratiche, di sensibilità esasperate fino alla timidezza che poi sfocia nell'invettiva. Gli intellettuali di destra - per restare a una componente del retroterra della Casa delle libertà - hanno attraversato una lunga stagione di solitudine e di disprezzo organizzato, misurandosi con apparati e strutture che nella maggior parte dei casi li hanno tenuti ai margini della comunicazione e della visibilità, relegandoli in circuiti faticosi e limitati, a volte catacombali. L'egemonia culturale della sinistra - che ancora oggi da taluno viene negata perché è tuttora operante - li ha condizionati. Quando li ha definiti «rozzi» li ha spinti a esasperare gli atteggiamenti elitari; quando li ha chiamati «reazionari» li ha compulsivamente indotti ad accentuare i trasporti populisti; sempre li ha favoriti a rifugiarsi in un individualismo sdegnoso e, in molti casi, autenticamente nichilista. Questo contesto non è valso - naturalmente semplifico - ad accrescere l'attitudine degli intellettuali di destra al gioco di squadra. I cattolici liberali, i riformisti laico-socialisti, i liberali tout court - per usare le categorie di Adornato - hanno risentito in misura minore del pregiudizio odioso imposto dalle sinistre egemoni, ma qualche prezzo l'hanno pagato anche loro. Per tornare alla destra, è fortissi-mo nelle sue file maltenute il disprezzo per i seminali, i convegni e i pensatoi organizzati; è una diffidenza sincera e radicata, perché erano proprio questi gli strumenti di cui le sinistre si servivano per operare selezioni e ostracismi. Sembra a molti intellettuali di destra che con certe gargonzate il centrodestra si metta a inseguire il peggio della sinistra, come se dietro la ricerca delle definizioni e delle categorie si celasse l'inizio di una nuova storia fatta di parole d'ordine e di «gradimenti». Buttafuoco vede un fossato in-colmabile tra la pretesa dell'iniziativa di Iodi e la quotidianità della gestione politica del Paese'. La domanda è quand'anche il centrodestra trovi le radici delle sue ispirazioni ideali - perché ci sono, questo è fuori discussione - cosa se ne farà mai, se nella prima fase di governo non ha mostrato alcuna sensibilità per le questioni della cultura e dell'educazione? Qui rispunta la diffidenza degli intellettuali nei confronti dei politici, e anche il compatimento per quegli intel- lettuali che hanno deciso di sporcarsi le mani con la politica. Allora, dare forfeit? Chiudersi nelle spelonche? Rassegnarsi all'idea precotta che il centrodestra non possa ritrovare, nemmeno frugandosi, un'anima, più anime e consapevoli filiazioni culturali? Mi sembra eccessivo. Ferdinando Adornato, con un'umiltà di cui gli va dato merito, ritiene che si debba cominciare a preparare il campo delle ricerche, perché è necessario fissare un lessico, i piani e le linee della comunicazione, perché ci si possa intendere dopo decenni di monologhi e di bisbigli. S'intravedono, nel dibattito che si è aperto, i differenti compiti che attendono gli organizzatori di cultura, i responsabili delle politiche culturali e gli intellettuali, che hanno bisogno di esprimersi senza intrupparsi o essere intruppati fra gli «ingegneri di anime». Il centrodestra è arrivato al governo in maniera rapida, le radici culturali hanno influenzato il 'cambiamento in maniera quasi inconscia, con un moto profondo che va analizzato. I Cattolici liberali, i riformisti, la destra si sono ritrovati insieme in un moto il cui avviamento resta il grande merito storico di Silvio Berlusconi. Nell'azione di governo, la coalizione vittoriosa ha finora subito il peso dell'esistente, pagando i prezzi che una certa quota di continuismo richiede. Compreso l'uso improvvido di certa televisione fatta a immagine e somiglianza degli sconfitti. In una stagione confusa e difficile, mentre l'opposizione difende a oltranza ogni posizione del vecchio sistema, il governo sembra voler affidare la precedenza alle riforme istituzionali ed econo- miche. La cultura non è fra le priorità al momento. Anche se i governanti presto si accorgeranno che soltanto una forte ripresa culturale può diffondere la consapevolezza della necessità del cambiamento. Le incrostazioni dei corporativismi italiani, le resistenze degli statalismi figli del secolo passato, saranno rotte soltanto da nuovi schemi formativi e informativi. Una cultura più libera e attenta contribuirà a definire anche quella consapevolezza dell'Italia e dell'Occidente che serve almeno quanto il Pii. Adornato forse vuole dirci che uno sforzo in questa direzione ci sarà. Vuole convincerci che Todi è funzionale al cambiamento che nei convincimenti di tanti italiani è già avvenuto. Buttafuoco non gli crede, anzi non ci crede. Forse ha ragione l'intellettuale disincantato, ma la resa preventiva non è ammessa. Il centrodestra arrivato al Palazzo ha diritto a una nuova linea di credito. Sia pure limitata e a breve termine. Se, l'azione di governo dovesse immiserirsi nel disinteresse per il «culturame» e per gli studenti di ogni età, vuole dire che ai pensatori abilitati, ai chierici che avranno tradito non si darà tregua. Con particolare accanimento contro coloro che oseranno parlare di cultura di destra. Ma per ora Buttafuoco e quelli come lui devono impegnarsi, con le armi della critica e della creatività.
Il centrodestra deve capire che non c'è cultura senza partecipazione.
Il giornalista Pietrangelo Buttafuoco critica gli intellettuali di destra per la loro mancanza di attitudine al gioco di squadra e per il disprezzo per la cultura. Secondo Buttafuoco, gli intellettuali di destra sono stati condizionati dalla sinistra e hanno bisogno di un lessico e piani di comunicazione per esprimersi in modo efficace. Il centrodestra, arrivato al governo, ha subito il peso dell'esistente e ha pagato i prezzi del continuismo. La cultura non è fra le priorità al momento, ma Buttafuoco sostiene che una forte ripresa culturale è necessaria per diffondere la consapevolezza del cambiamento.
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