Si torna a parlare del Crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo e acquistato dallo Stato un anno fa. La novità è che, in seguito all'istruttoria della Corte dei Conti sull'acquisto (atto di normale routine), due giorni fa si sono presentati negli uffici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali i carabinieri per acquisire la documentazione sull'acquisto. A questa si dovrà aggiungere anche Michelangelo scultore, il librone che la soprintendente Cristina Acidini ha scritto di recente e all'interno del quale - probabilmente secondo gli investigatori - potrebbero trovarsi delle informazioni importanti per risolvere la vexata quaestio. Ai fini dell'indagine, infatti, non è tanto importante stabilire se il Crocifisso è opera di Michelangelo Buonarroti o meno, bensì capire perché lo Stato dovrebbe sborsare 3 milioni e 25Omila euro per un'opera che «solo» attribuita al genio di Caprese. Volutamente abbiamo usato il modo condizionale perché lo Stato da più di un anno sta portando in giro per l'Italia la scultura lignea - riscuotendo ovunque un gran successo - senza aver ancora pagato un centesimo all'ex-proprietario dell'opera, l'antiquario torinese Giancarlo Gallino. Non solo: in questo lasso di tempo, durante il quale il «Cristino» è stato mostrato in vari capoluoghi italiani, attraverso gli enti locali lo Stato ha riscosso eccome il prezzo del biglietto che il pubblico pagava per andare ad ammirare l'opera: alla Galleria d'Arte Moderna di Palermo e a Castello Sforzesco di Milano. Quindi, più che di «danno erariale», sarebbe più giusto parlare di «guadagno erariale», cioè lo Stato per ora, dall'acquisto del Crocifisso ligneo, ha solo guadagnato. Senza contare che Gallino, proprio dal mancato pagamento del prezzo pattuito, ne sta traendo solo imbarazzo e un ritorno d'immagine davvero negativo: «Io son molto tranquillo - ci ha detto al telefono - e sono contento che l'indagine sia appannaggio dei carabinieri. Ho fiducia nella giustizia e alla fine tutto sarà chiarito. Chiedo solo che si faccia presto perché da questa impasse ne sto traendo solo effetti negativi per il mio lavoro. E non è escluso che, una volta risolta la faccenda, chieda i danni». Insomma, alla fine qualcuno dovrà pagare per ciò che sta accadendo. Anche perché dovrebbe esser chiaro che se si trattasse di un Michelangelo, lo Stato avrebbe fatto più che un affare; al contrario, se non lo è, è comunque un'opera di altissimo pregio e il prezzo pagato per gli storici dell'arte che se ne sono occupati per quasi 20 anni, è consono al valore. Senza contare che se lo Stato se lo fosse fatto sfuggire e poi l'attribuzione a Michelangelo fosse diventata certezza, qualcuno avrebbe dovuto pagare per l'inettitudine. Nel portare in fondo tutta questa vicenda, gioverà ricordare che, come ha ricordato la soprintendente Acidini, «la procedura d'acquisto dell'opera è verificabile, regolare, come già emerso durante le risposte all'interrogazione parlamentare che a suo tempo venne elevata». Rimane la questione sull'attribuzione. Chi indaga dovrebbe sapere che i musei, tutti i musei, sono pieni zeppi di opere «attribuite», cioè di cui non vi è alcuna certezza scritta, documentaria diretta della paternità. Un esempio lampante? La Madonna del cardellino degli Uffizi: è attraverso Le vite di Vasari che da sempre è attribuita a Raffaello e non certo attraverso un documento autografo dell'artista urbinate. Lo stesso si può dire del «Cristino» di Michelangelo. Dettando la sua biografia al Condivi, il grande artista gli fece scrivere di aver realizzato «infinite opere che è inutile dire perché sono in case private e non si vedono». Quindi una traccia c'è, eccome, e da tempo uno dei tre storici dell'arte che a suo tempo attribuì a Michelangelo l'opera (Giancarlo Gentilini) la sta seguendo e presto ne sapremo di più. Chissà se basterà a «calmare» i tanti detrattori dell'opera, che agiscono così forse pi per interessi personali che per un vero dibattito scientifico. Ma lo Stato ancora non ha pagato un euro per l'acquisto.