È un fenomeno certo lo scriveva su queste pagine, qualche giorno fa, anche Gigi Proietti, a proposito dei "popoli della notte" : l'arte, i grandi capolavori, nella pittura come nel teatro, nella letteratira come nella musica, parlano perentoriamente alle persone umane. Parlano al loro cuore, al loro spirito. Lasciano, addosso a chi guarda, a chi ascolta, a chi partecipa, il segno profondo di un linguaggio che non ha bisogno né di interpreti, né, tantomeno, di traduzioni. In questo senso, l'arte è salvifica. Contribuisce a sublimare l'aggressività insita in ognuno di noi. Trasforma in sentimento, in affettività positiva, in riflessione proficua (è il meccanismo della catarsi, così ben descritto a proposito della tragedia greca) quel grumo di "passioni nere" che gli uomini si portano dentro per eredità biologica, nonché per accumulo di frustrazioni quotidiane. Io stesso so bene di me che, se manco dal podio più di un certo tempo, non sublimo e libero in altro modo la mia porzione di "voglia di attaccare". Di fronte al vandalismo che danneggia le opere d'arte, non me la sento di pensare alla cosiddetta arte blindata . Né di suggerire soluzioni, per ovviare al pericolo, che chiudano in qualsiasi modo un dipinto, una statua, un'orchestra, dentro casseforti effettive o virtuali, per superare le quali si debba esercitare una "fatica". Per fare un esempio, io sono sempre stato d'accordo con chi parteggia per l'originale del Marc'Aurelio al centro della Piazza del Campidoglio; con chi non avrebbe schermato, neanche un po', la Pietà di Michelangelo, dopo le famose martellate dello sfregiatore; con chi mai offrirebbe alla gente l'arte sotto forma di copie. Capisco da me l'estremizzazione. E la uso a fini maieutici. Da direttore d'orchestra, sono fautore delle esibizioni nei luoghi storici e archeologici, capaci di potenziare il valore intrinseco della musica e della sua esecuzione dal vivo. Sono reduce dalla bellissima esperienza di Piazza del Popolo, dove ho diretto per il secondo anno consecutivo un Mozart (l'anno passato fu Don Giovanni , quest'anno il Flauto magico ) con esiti stupefacenti: il contatto diretto con il capolavoro, con i professori d'orchestra, con la materia artistica nobile, viva e presente, addomestica il pubblico, lo sottomette, lo rende pago e felice della propria civiltà. E non posso dimenticare, facendo queste considerazioni, le immagini di Orfeo che, con la musica, placa le belve, accovacciate attorno a lui per ascoltarlo. Il 3 luglio, con felicità, l'orchestra dell'Opera di Roma offrirà alla città un Requiem verdiano a Caracalla: sarà un'altra occasione per toccare il cuore di tutti con la semplice perentorità dell'Arte. Che va protetta. Seguita, conservata, preservata, difesa. Ma non blindata. Lasciate che la gente la tocchi, la raggiunga. Anche le fiere, come davanti ad Orfeo, ammutoliranno.