VENEZIA È stato identificato. I militari hanno perquisito ieri la sua casa e hanno trovato i frammenti dei capolavori danneggiati. Mani di santi, ma anche la Madonnina in terracotta trovata distrutta vicino a Campo della Ruga e che all'inizio gli investigatori non pensavamo fosse da ricollegare al vandalo. Ha finalmente un nome l'uomo che nelle notti di sabato e domenica ha preso a martellate il capitello di Palazzo Ducale, le statue di San Marco e San Francesco nella chiesa del Redentore e il bassorilievo di San Pietro con la Madonna e il Bambino di Quintavalle. La notizia l'ha data il comandante del Nucleo di tutela del patrimonio culturale dei carabinieri a Venezia, Roccangelo Tritto. Uno che dei casi da risolvere ne ha fatto un vizio, che quando non ha un giallo suo a cui pensare ne legge uno di Lucarelli. Ha ammesso: «Lo abbiamo identificato alle sei del pomeriggio. Le indagini sono ancora in corso e i particolari saranno diffusi oggi in una conferenza stampa». Il primo commento del sindaco Paolo Costa è di sollievo: «Per fortuna le ricerche si sono risolte in fretta e hanno confermato l'ipotesi meno pericolosa. Il problema della sicurezza in città è sempre prioritario per noi, e posso assicurare che stiamo facendo molto più di quello che può sembrare all'esterno». Gli inquirenti sono rimasti abbottonati sul nome del responsabile degli sfregi. La loro ipotesi, ammessa a bassa voce nei giorni scorsi, era che ad agire fosse un uomo del posto, capace di spostarsi in fretta da un capo all'altro, di buona cultura, che probabilmente aveva subito uno sgarro dal Comune o comunque dalle autorità locali e che con i suoi gesti voleva in qualche modo vendicarsi. È un fatto, però, che la casa perquisita ieri pomeriggio dai militari in cui sono state trovate le mani mozzate ai santi, appartiene ad A. B., ingegnere trentottenne del Sestiere di San Marco, ex collaboratore occasionale del Comune, ora ricoverato nel reparto psichiatrico per un trattamento sanitario obbligatorio. Un paziente «bipolare» già noto ai medici, che alterna stati di euforia a depressione e che assume farmaci per tenere sotto controllo il suo disturbo. Lo stesso uomo che era stato fermato dai carabinieri lunedì mattina perché sbraitava contro le braccia della statua di Cristo nella chiesa di San Giobbe, «troppo alte per lui». Lo psichiatra che lo ha in cura, il primario Fabrizio Ramacciotti, preferisce non intervenire sul caso specifico: «Un nostro paziente è indagato e io non posso trarre nessuna conclusione, ne va del segreto professionale. Posso però dire quello che penso da giorni. Per fare quegli sfregi alle statue, chiunque sia stato, era necessaria lucidità. Il responsabile ha agito in preda a una grande euforia, la stessa che viene provocata dall'assunzione di una sostanza chimica. Sono contento che ora si ponga la parola fine a tutte le assurdità che sono state dette sulla vicenda. La verità è che Venezia è una città fragilissima. E che chiunque, in preda a un raptus, può martellare il nostro patrimonio artistico». Eventualità che non può essere sottovalutata. E che anche il ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani ha voluto ricordare commentando a caldo la soluzione del giallo veneziano. La sua reazione: «Esprimo un grande ringraziamento ai carabinieri del Nucleo provinciale di Venezia e del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico che hanno rapidamente risolto il caso. La soluzione da un lato testimonia ancora una volta le capacità dei nostri carabinieri e dall'altro ci fa riflettere sulla necessità che sul nostro immenso patrimonio artistico vi siano sempre occhi vigili. Stiamo valutando assieme agli enti locali quali siano i metodi e le iniziative migliori per garantire questo controllo».