Un'acerba aggiunta di artista contemporaneo, lungo la parete della navata interna nel duomo, infastidisce oggi per la sua estraneità ambientale, non appena si entri in chiesa; è il cosiddetto "Sepolcro dei vescovi", il cui luogo di inumazione è previsto a una certa profondità, sotto l'attuale pavimento del '500. Escluse le antiche sepolture dei canonici tra le volte del transetto gotico, che ormai sono integrate nel percorso del Museo dell'Opera, scegliendo oggi lo stesso vano della cattedrale, sarebbe bastato segnare il confine delle tombe con semplici incisioni ai piedi della parete. Al contrario di ciò che si dovrebbe fare all'interno di un'armonia architettonica consolidata nei secoli, preziosa come in questo caso, ma non di vaste dimensioni, si è voluto di nuovo ricorrere al concetto di entrare a gara con le scuole del Trecento e del Quattrocento, segnatamente con le opere di Giovanni Pisano e con quelle della scuola di Donatello. Si deve riconoscere, è vero, che un così nitido stacco a due ante, in ferro palpabilmente abraso e dipinto a delicati impasti, che l'autore del cenotafio, lo scultore Giuseppe Spagnulo, ha inteso come passaggio di mistero, o forse di dono promesso nell'aldilà, risponde a un concetto interiormente meditato. E' questa un'impressione ravvicinata; ma consideriamola in una visione a media distanza: allora, per l'incrociarsi delle misure armoniche, al confine con lo splendore animato della cappella della Cintola e con la tersa narrazione del pulpito interno, un tale, enigmatico sepolcro susciterà un senso di stranezza, l'incapacità quasi offensiva di valutare l'inserimento delle opere d'arte in un'architettura che sia già compiuta nel suo riconoscibile stile. Eppure, la composizione di Spagnulo avrebbe potuto rimediare alla nudità solitaria che mortifica tanti interni chiesastici del nostro tempo; e perché invece volerla imporre in un punto già così ricco di testimonianze? La "Commissione Diocesana d'Arte Sacra", con l'aggiunto parere del Capitolo della Cattedrale, ha adottato dunque l'astratto cimelio, nonostante il pericolo di estraneità ambientale, mentre la Soprintendenza ai Beni Culturali ha finito per accettarlo. Al contrario, esso rischia di conformarsi a quell'involucro di "arte diversa" ed insolentemente mercantile e moderna, che sta inguainando il fondamento e le proporzioni interne - medioevali e rinascimentali - del duomo di Prato. A pochi metri di distanza si scorge un ambone in bronzo, simulante la dalmatica di Santo Stefano costellata di pietre sanguinolente, escogitazione disinvolta e accademica del californiano Robert Morris. All'inizio della scalinata, verso il monte del crocifisso e del tabernacolo, ha messo ormai stabili radici un parallelepipedo in marmo lattescente, anch'esso ideato da Morris, che alcuni critici hanno chiamato "bara di ghiaccio", ed altri, di provenienza francese: le lavoir épiscopal. Infine, l'antico pavimento delle celebrazioni, ammette soltanto un vitreo seggio del vescovo, mai visto in area toscana, a padroneggiare il nodo delle navi, a guisa di scarabeo egizio. Alcuni si illudono che la gradinata gotica, con il sublime albero del crocifisso e la trasparenza degli affreschi retrostanti, riuscirà a dominare comunque la mostra mercantile acciottolata in largo raggio. Eppure, è proprio questa la contraddizione: l'altare del Sacrificio non può diventare colore pittoresco e cornice di una mensa del Ricordo collettivo, senza inaridire in breve tempo il raccoglimento dell'animo cristiano.