Salvatore Tramontana ricostruisce limmagine del capoluogo nei secoli successivi alletà normanna Lurbanistica si rivoluziona e laristocrazia è sempre più rapace. Ma nei palazzi resistono ancora i profumi esotici dei tempi di Federico II LULTIMA FATICA DI SALVATORE TRAMONTANA - storico da molti anni impegnato a ricercare le lontane radici degli odierni esiti siciliani - è un breve saggio inserito in "Puer Apuliae", poderoso volume carico di prestigio a cura del Collége de France: Tramontana scrive di Palermo e la sua immagine nei secoli XIV e XV, quando molteplici meccanismi negativi sembrano pienamente operanti e destinati a produrre il nostro sottosviluppo strutturale. Già allora, lincapacità del Regno a crescere in modo adeguato alle potenziali risorse provoca il rapido progressivo indebolimento di imprenditori e mercanti indigeni. Gli operatori commerciali hanno cominciato a subire battute darresto alla fondazione della monarchia normanna, con la veloce subordinazione ai mercanti del Nord che tendono a monopolizzare ogni commercio: sono gli inizi di quella che diventerà una componente «tipica» della storia del Mezzogiorno e della Sicilia, al di là delle vicende dinastiche attraversate nei secoli. E, allinterno dei fattori di lungo periodo, la sfida più affascinante è provare a cogliere i nessi tra economia, politica e cultura sino a costruire quella storia delle mentalità su cui lo stesso Tramontana è tornato a più riprese. Ma restiamo nella Palermo dei secoli XIV-XV, città esotica e parecchio intrigante. Osserviamola con gli occhi di Nompar de Caumont, nobile di Guascogna di ritorno dalla Terrasanta che sbarca in città nel 1420, si ferma a svernare per alcuni mesi e poi diffusamente ne scrive in Voyage doutremer en Jherusalem: Palermo colpisce il visitatore per il suo impianto urbano, per i cibi esotici che fra i loro ingredienti comprendono la melassa dello zucchero di canna, per il ricordo ancora vivo dellimperatore Federico II, per lingombrante presenza di una composita aristocrazia di conquista. In città sono state costruite nuove mura di cinta, tracciate nuove strade. Radicali sventramenti nel fitto tessuto viario risalente agli arabi hanno creato gli incroci fra via Lattarini e la Discesa dei Giudici, fra il Cassaro e quella che poi sarebbe stata la via Maqueda. La città prende il volto della nuova classe dominante, e dallinosservanza delle norme edilizie derivano multe anche salate. Palermo sceglie di espandersi verso lentroterra, tesa al controllo delle vie che portano ai feudi e quindi al grano. I gruppi sociali più importanti sono i produttori di grano e i mercanti stranieri, le funzioni di difesa e offesa predominano su quelle civili: la città mantiene una struttura simile al modello normanno, è lontana dalle dinamiche della nuova competizione mercantile che ha ormai creato la nuova gerarchia del mondo. Palermo è città con una forte mobilità interna, uomini e cose di continuo vanno e vengono dalle varie zone dellinterno e dal mare. Ma a dispetto della tradizionale ospitalità ognuno tende a mantenere i propri usi, logge mercantili e chiese delle varie nazioni - genovesi, pisani o aragonesi che siano - diventano sintomo di un modesto processo di assimilazione. Ognuno fa parte a sé rivendicando i più svariati privilegi, i vincoli di solidarietà appaiono fragili. I poli aggregativi costruiti in luoghi strategici mostrano larticolazione gerachica della società: accanto e qualche volta in opposizione alla reggia - in simbolico progressivo degrado - troviamo la chiesa teutonica della Magione, il nuovo palazzo pretorio e palazzo Sclafani. Una disposizione di re Martino privilegia chi fabbrica un palazzo concedendogli il diritto di imporre ai vicini la vendita della loro casa. Palermo assume il volto di una struttura gerarchica ma policentrica, con grandi austeri palazzi che tendono a dominare la città così come i castelli sovrastavano le campagne: pronti a condizionare lo sviluppo urbanistico della capitale e anche la sua evoluzione sociale. La nobiltà feudale continua a essere protagonista. Un antico divieto impedisce ai titolari dei feudi di partecipare al governo delle città demaniali, ma a Palermo e nelle città di Sicilia troviamo che spesso i nobili controllano le amministrazioni urbane. In compenso si tende a sopprimere il diritto dei consoli delle maestranze a far parte dellamministrazione cittadina. Il contrasto avviene fra il popolo e loligarchia, che appare eterogenea ma interessata a usurpare i poteri della corona e mantenere il controllo sociale attraverso la rendita derivante dal commercio del grano. Il feudo è lorizzonte di ogni contrasto, loggetto di ogni desiderio. E i giuristi siciliani scrivono soprattutto di diritto feudale, sempre strenuamente opponendosi a ogni tentativo della Corona di rientrare in possesso di quanto concesso nei momenti di debolezza. A metà '400 scoppiano diverse rivolte, nel 1451 il parlamento siciliano è alla ricerca di un equilibrio fra i gruppi armati che si scontrano per il potere locale ed emana alcune interessanti disposizioni: sono graziati i delitti dellanno in corso e si prevedono condoni per il futuro, sono accresciuti i poteri dei baroni, è abolito il divieto di ammassare cereali a fini speculativi. Sono cioè condonati i reati tipici delloligarchia: forse sembrava lunico sistema per non scatenare le pericolose ire dei baroni, ma era solo un modo per rimandare la resa dei conti. Il risultato di tanta prudenza è osservato in tutta la sua desolazione da Mario Cutelli - giurista catanese dalla sorprendente modernità - il quale nel 1635 scrive a re Filippo IV come la rovina delle città siciliane sia cominciata da quando i nobili, presi in appalto imposte e tributi, in tutti i modi hanno operato per ostacolare laffermazione dello Stato. Ma in Sicilia lo Stato, pressato sempre dalla necessità di far cassa, finisce per vendere ogni diritto residuo e persino condonare i crimini in cambio di una modica somma. Sembra la Sicilia di oggi. Cera la solita pesante crisi economica ma laspetto più inquietante, per il riflesso sui comportamenti e in fondo sulla qualità del futuro, era la crisi dei valori etici.