Per celebrare i 500 anni dalla morte del grande artista il suo paese natale organizza unesposizione con opere da tutto il mondo. Insieme ai quadri del maestro anche quelli di altri autori, da Tiziano a Giovanni Bellini Vasari racconta limportanza dellincontro con i dipinti di Leonardo Nel 1510, quando «Zorzi da Chastelfranco», detto Giorgione, morì a Venezia di peste a soli 33 anni, i collezionisti, come sarebbe accaduto esattamente un secolo dopo con Caravaggio, piombarono come avvoltoi sulle sue opere ancora disponibili. Prima fra tutte Isabella dEste, che scatenò un suo agente a Venezia per informarsi se fosse vera la voce che dava come ancora presso lo studio del pittore una «nocte», ovvero un notturno: probabilmente una Natività o unAdorazione dei Magi. Non era così, come si affrettò a comunicargli il corrispondente in un dettagliato resoconto delle accurate indagini da lui svolte al riguardo, e la smaniosa Isabella dovette rinunciare ad incastonare anche un trofeo di Giorgione nella rutilante corona di capolavori che risplendeva nella sua celebre raccolta mantovana, ma lepisodio è comunque indicativo di quanto celebre fosse il pittore veneto anche fuori dai confini della Serenissima. Come sempre succede, tuttavia, quando un personaggio deccezione muore anzitempo, il suo trapasso lo proietta automaticamente nella dimensione del mito, circonfondendolo di un alone abbagliante che ne annebbia lidentità storica concreta. Diradare questa nebbia, nel caso di Giorgione, è reso ancor più arduo dallassenza di opere firmate, dalla quasi totale carenza di testimonianze documentarie di prima mano e dalla sfuggente elusività dei soggetti di alcune delle sue rare opere certe giunte fino a noi. Di qui la vertiginosa varietà di ipotesi presenti nella sterminata bibliografia sullartista e limportanza di mostre come questa allestita nella sua città natale in occasione del V centenario della morte. Questa (Giorgione 2010) vanta prestiti dai grandi musei del mondo e dà loccasione per vedere opere di altri maestri, da Tiziano a Sebastiano del Piombo. In generale queste esposizioni offrono lopportunità di ricapitolare le poche acquisizioni certe di cui disponiamo e di vagliare attraverso un confronto diretto tra le opere esibite, la plausibilità delle più recenti proposte di ricostruzione della sua breve ma intensa parabola creativa. Ma veniamo ai «fatti» e alle «opinioni» su Giorgione. Se la data di morte ci è fornita dalla lettera di Isabella dEste, quella di nascita ce la tramanda Vasari, anche se nella prima edizione delle sue «Vite» indica il 1477 e nella seconda il 1478. Non sappiamo nulla di certo sul cognome, ma lipotesi avanzata proprio in occasione di questa mostra, che lo identifica con un tal Zorzi, che nel 1493 viveva a Castelfranco con sua madre Altadona, precocemente vedova di «Zuanne Barbarella», sembrano metter daccordo due contrastanti tradizioni: quella che lo vuole nato da «umilissime origini» e quella che lega il suo nome ai Barbarella, famiglia castellana di spicco. Se si eccettua la scritta che compare dietro un suo Ritratto di donna ora a Vienna, la cosiddetta Laura, in cui egli si dichiara collega di maestro Vincenzo Catena, nulla sapremmo delle sue frequentazioni artistiche, se non ciò che possiamo dedurre per via stilistica dalle sue opere. Tali deduzioni confermano, arricchendolo, il quadro dinsieme fornitoci da Vasari, che dopo aver tratteggiato larrivo a Venezia del giovane Giorgione, subito apprezzato oltre che per le sue doti di pittore perché suonava il liuto e cantava «divinamente», ne esalta la capacità di superare i due fratelli Bellini perché sapeva «metter lo spirto nelle figure et contraffar la freschezza della carne viva» con una mirabile «unione sfumata necolori». Se questultima definizione calza a pennello con quella trepida e sensibilissima modulazione dei toni luminosi del colore, il cosiddetto tonalismo veneto, il cui primato è tuttora attribuito a Giorgione, anche lincidenza assegnata da Vasari allincontro con la pittura di Leonardo («aveva veduto Giorgione alcune cose di mano di Lionardo molto fumeggiate e cacciate terribilmente di scuro: e questa maniera gli piacque tanto che[..]nel colorito a olio la imitò grandemente») è ormai unanimemente accettata. Non cè dubbio infatti che lepocale novità introdotta da Giorgione nellarte veneta nasce dalla geniale fusione della migliore eredità dellumanesimo artistico lagunare - in particolare di Giovanni Bellini e Cima da Conegliano, e dello scultore Tullio Lombardo - con due potenti stimoli «forestieri», luno proveniente da Leonardo, e laltro, di cui tace Vasari e di cui troppo poco si parla tuttora, dalla cultura doltralpe. Questultima a lui nota non solo tramite le stampe, ma anche attraverso la conoscenza diretta dei non pochi artisti «ponentini» che soggiornarono nella laguna (Dürer in primis) e dei tanti loro dipinti presenti nelle raccolte veneziane (comprese le quattro visionarie tavole di Bosch che tuttora si ammirano in Palazzo Grimani). Senza questa componente «tedesca» sarebbe difficile spiegare i celebri (e ahimè perduti) notturni giorgioneschi (dalla «nocte» invano inseguita da Isabella a quello con Enea e Anchise agli inferi, visto dal Michiel nella casa veneziana di Taddeo Contarini); ma neppure i Tre filosofi ora a Vienna, che Michiel vide in casa Contarini, e lancor più celebre Tempesta, da lui vista in casa di Gabriele Vendramin. Perché se è pur probabile che sia luno che laltro dipinto abbiano un soggetto ben preciso - ma occultato a bella posta per volere del committente affinché fosse comprensibile solo a pochi a me pare altresì evidente che il soggetto esplicitato, nelluno come nellaltro caso, sia il paesaggio: dominato dalla buia grotta in controluce nei Tre filosofi e dallimminente scroscio di pioggia, preannunciato dalla folgore, nella Tempesta. Soggetti espliciti che meglio si intendono alla luce del parallelo affacciarsi nelle Fiandre di un nuovissimo genere, il «paesaggio autonomo». Quanto allinflusso di Leonardo su Giorgione, esso non si limita alla questione del rapporto tra «sfumato» e «tono», ma investe in pieno la volontà di conferire alle pose, ai gesti e ai volti delle figure unespressione che ne riveli gli stati danimo. Di norma in Giorgione questo timbro espressivo è improntato a malinconia: a volte velata di rimpianto, come nella sublime pala di Castelfranco, a volte più amorosa e trasognata, o a volte, come nellAutoritratto in veste di David, dolorosamente atrabiliare, come si conviene alla canonica iconografia della genialità. Ma forse la tastiera di sentimenti toccata da Zorzi includeva anche altri registri, più comici o più appassionati. Ed è quanto suggerisce la mostra riproponendo come suoi quei due famosi Cantori della Galleria Borghese, che di solito, ma forse a torto, gli vengono negati.