L'enorme successo dell'esposizione leonardesca di Palazzo Marino e, soprattutto, dell'iniziativa che ha permesso (grazie al contributo della Banca Popolare) al pubblico milanese di accedere al Cenacolo gratuitamente e senza le consuete prenotazioni ci spinge ad alcune considerazioni molto semplici ma forse non inutili. La prima, meno scontata di quanto sembri, è che l'attrattiva del gratuito ha messo in luce la grande stima che la nostra città nutre nei confronti del suo immenso patrimonio culturale, Nonostante la retorica disfattista a tutti ben nota, i milanesi continuano ad amare la loro città e sanno quanto è falso il luogo comune che la vuole brutta e grigia. Questo significa che nessun Grande Fratello ci ha trasformati in un popolo di teledipendenti e che le scuole sanno ancora insegnare al giovani (che ieri affollavano numerosi le mostre) che esiste una differenza tra un dipinto di Leonardo e uno spot della birra Tal dei Tali. Questo, ripeto, non è scontato. Ma, procedendo, possiamo osservare anche che il gratuito ha una sua precisa ricaduta economica. Non so quanto l'iniziativa milanese abbia fatto guadagnare bookshop e caffetterie, però abbiamo dati che riguardano Paesi, come quelli anglosassoni, nei quali l'ingresso gratuito ai musei è cosa normale. Sappiamo, per esempio, che i visitatori degli Uffizi (a pagamento) spendono poi, nelle strutture di ristoro o di vendita del museo, in media 3,8 euro a testa, a fronte dei 6,9 della Tate Gallery di Londra (gratuita) e dei 14 del Metropolitan di New York (gratuito). In altre parole: più soldi sei costretto a spendere per entrare, meno ne spendi in caffè, panini, cataloghi e gadget vari. E viceversa. A questo va aggiunto che con l'ingresso gratis il numero dei visitatori cresce a dismisura e che, di conseguenza, cresce anche il numero di quelli che sono disposti a spendere nelle strutture legate al museo o al palazzo delle esposizioni. Come dire: vendi cento biglietti in meno, ma vendi anche mille caffè, trecento fette di torta e trecento panini in più. In Italia, Milano in testa, abbiamo molti bellissimi musei, che in pochi vanno a visitare. L'insegnamento di questi giorni ci dice chiaramente che è possibile, come ci indica il modello anglosassone, immaginare da capo questo servizio, facendo del museo o della mostra un luogo dove è bello stare, dove è possibile passare un sabato o una domenica pomeriggio con la famiglia, in alternativa al lago o alla trattoria fuori porta. Questo forse ci aiuterebbe anche a vivere meglio l'arte: più come un momento di utile felicità e meno come un dovere da assolvere. E chiaro che questo cambiamento è radicale e richiede un ripensamento nel modo di organizzare le grandi mostre e i grandi musei. Con l'ingresso gratuito il museo entra di prepotenza nella vita normale di una città, si può entrare solo per rivedersi questo o quel quadro, e i suoi coffee-shop (sto pensando alla National Gallery) possono essere frequentati come locali qualunque, senza la necessità di visitare l'esposizione. Mi sembra di poter dire che questa novità non sarebbe solo molto gradita in una città attenta al proprio patrimonio come Milano, ma che la ricaduta economica sarebbe decisamente positiva. Da anni dico e con me molti altri che le nostre eccellenze vanno ben oltre la Prima della Scala. Basterebbe una collaborazione più agile tra servizio pubblico e privati (banche, fondazioni ecc.): sono certo che, alla fine, anche le voci di bilancio non ne soffrirebbero.