La storia, gli uomini E John Ruskin scrisse: mezzo francese e mezzo-Linconshire Il paesaggio che si gode dalla rocca di Monselice, vagando con lo sguardo attraverso la campagna nebbiosa che la circonda, è completamente diverso da quello descritto dai viaggiatori che, fra Medioevo e prima età moderna, si inerpicarono sulle pendici di un monte che forse trae il suo nome dalla selce che se ne cavava ai tempi dei Romani. Oggi il panorama è butterato dalla presenza umana e occupato quasi violentemente dalla sua operosità industriale. La società dei capannoni, delle lamiere e delle ciminiere ha alla fine prevalso su quella silenziosa pur se non necessariamente pacifica e bucolica - dei campi, ma non ha cancellato le tracce di quella dei castelli, che continua a lasciare, con la sagoma solo parzialmente diruta del fortilizio, un segno straniante. Un accostamento incongruo. Monselice è, del resto, luogo di suggestioni storiche e letterarie decisamente contrastanti. Città d'esilio e dunque di relegazione periferica per un poeta come il duecentista bolognese Guido Guinizzelli (uno dei padri della tradizione lirica amorosa italiana), ma anche luogo di cruciale vitalità per chi, come Marin Sanudo, lo descriveva tre secoli più tardi come una piazzaforte ben munita, in cui «fin la porta è di marmo». Aggiungendo: «la piazza è grande, e il mercato di lunedì». Un brulicare di attività, che è facile immaginare oggetto di appetiti violenti, come quelli che avevano portato alla sua conquista da parte di Cangrande della Scala, descritta da Albertino Mussato ai primi del Trecento, cioè giusto ai tempi del vecchio poeta prestilnovista, e ancora a quella del 1508, che verrà narrata dal Guicciardini nella Storia d'Italia. Pare impossibile che in quegli stessi anni sia la ricerca della quiete a muovere un altro letterato, il poligrafo fiorentino Anton Francesco Doni, a fare di Monselice il luogo di una solitaria meditazione. In una rocca quadrata sulle falde del colle, Doni si concentra sul «modo più conveniente per costruire e ornare una villa ». Luogo di pace e luogo di guerra, la città raccolta attorno al castello sembra riflettere nella sua stessa architettura, variegata e a volte dissonante, i segni di una storia tortuosa e difficilmente riconducibile ad un'unica, chiara vocazione. Per secoli, su queste pendici, i silenziosi pellegrini giunti per visitare le sette chiesette del sacro monte hanno incrociato sulle sue strade i signorotti veneziani di passaggio nei loro possedimenti di campagna, i rumorosi militari delle guarnigioni di guardia nel castello, i villani perplessi da tanto movimento e dediti al ritmo inesorabile della vita campestre. Di questi contrasti s'accorse, a modo suo, un viaggiatore tutto intento a costruirsi una propria - e forse distorta - idea d'Italia: John Ruskin, che passando da queste parti nell'Ottocento osservò, con un'ingenuità disarmante: «Vi è un po' troppo di questo carattere mezzo-francese, mezzo-Lincolnshire tra Ferrara e Padova, ma i tratti di vigne e campi arabili ai lati della strada sono sempre belli e italiani».