I viaggiatori rovinano la camera funeraria di Tutankhamon, e gli scienziati dicono stop alle visite. Un'idea condivisa, da Machu Picchu a Venezia È LA MALEDIZIONE di Tutankhamon. Proprio la sua, nel senso che è lui la vittima. I visitatori della sua tomba, che per millenni è rimasta lontana da sguardi indiscreti, la stanno lentamente distruggendo, semplicemente entrandoci. Nessuno scalpello per portarsi via un ricordino, stile Muro di Berlino, nessun angolo della stanza usato come un vespasiano (sembra assurdo, ma succede davvero, ad Ayers Rock, Australia, montagna sacra agli aborigeni), nessuna foto proibita col maledetto flash che fa tanto arrabbiare certi cupi custodi di musei. Stavolta la colpa è del sudore, dell'odore che ti porti addosso magari dopo ore di attesa sotto il sole d'Egitto: non c'è rimedio. A tal punto che gli studiosi californiani del Getty Institute chiedono alle autorità locali di chiudere tutto ed esaminare pezzo per pezzo la tomba, analizzarla centimetro per metro per capire quale preciso odore o sostanza sta facendo svanire lo sfarzo del "re bambino", che ha iniziato a regnare a 12 anni e pur morendo giovane non ha smesso praticamente più: basta chiedere il nome di un sovrano egizio, e quasi tutti vi risponderanno Tutankhamon (o Cleopatra, ma quella è un'altra storia). Tutankhamon simbolo delle vacanze che distruggono, anche se il turista in questione magari è in adorazione e attende di entrare in quella tomba da una vita. E, anzi, se solo sapesse del male che fa, cercherebbe di scoprire da solo una sostanza che neutralizzi il suo sudore: il problema è che ogni anno sono sei milioni quelli che entrano nella stanza del sovrano. Un'enormità. Certo, le disperate località sperdute sul mappamondo che cercano di attirare turisti con aeroporti low cost e depliant di pura fantasia - di quelli che nemmeno se metti insieme Tolkien e Verne - non ne sanno granché: ogni persona che arriva è un regalo. Lo stesso non si può dire di Machu Picchu, il sito archeologico inca che fa piovere in Perù frotte di turisti, nè di Venezia, i cui abitanti (magari non tutti), se la legge lo permettesse, si armerebbero di fionda e colpirebbero tutti quelli che non sanno recitare a memoria canzoni come "La biondina in gondoéta". Il concetto è questo, quando i turisti sono troppi, evidentemente, fanno più male che bene ai monumenti che visitano e alle loro città. E allora tanto vale inventarsi qualche tassa per scoraggiare i meno abbienti o i meno interessati, chiudere per sempre o per un po'. E se qualcuno esagera a dare la caccia ai turisti, qualcuno ne ha ben donde: come gli islandesi, che non essendo greci e italiani, non hanno capitelli classici e anfore millenarie che spuntano in terra perfino in salotto. Ergo: curano i geyser come i propri figli, figli che i viaggiatori di mezzo mondo (e magari pure qualche islandese, perché no) hanno preso per decenni a pietrate. Nel senso che ognuno si sentiva in diritto di gettare qualcosa nel buco da dove uscivano spettacolari getti d'acqua. Ora qualche geyser, a cominciare dal Grande Geyser, si è tappato, come un lavandino qualsiasi. Ma non è un lavandino qualsiasi: hanno provato in tutti i modi a liberarlo, ma nessuno c'è riuscito, se non la natura, nel 2000. Qualche spruzzo, non più alto 80 metri come una volta, e poi silenzio. Evidentemtne i geyser sanno come ci si comporta, noi meno. Turisti scalmanati e improvvisati o ligi amanti delle opere d'arte che giriamo il mondo e facciamo danni anche quando non vogliamo. E magari ci arrabbiamo se troviamo chiuso, anche quando è colpa nostra.
LIGURIA - Chiusi per troppo turismo
I viaggiatori stanno distruggendo la camera funeraria di Tutankhamon, il sovrano egizio, con il loro sudore e l'odore che portano con sé. Gli studiosi del Getty Institute chiedono di chiudere la tomba e di esaminarla centimetro per centimetro per capire quale sostanza sta causando la distruzione. I sei milioni di turisti che visitano l'Egitto ogni anno sono un'enormità. Altri siti archeologici, come Machu Picchu e Venezia, sono anche soggetti a problemi di sovratturismo. Gli studiosi suggeriscono di imporre tasse o di chiudere i siti per scoraggiare i turisti.
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