2010: un anno per ricominciare - IL PATRIMONIO DELLA BELLEZZA L'avventura di Vito Barozzi, che con la sua impresa rimette a nuovo teatri e palazzi d'arte - UNA STORIA NATA DAL NULLA - L'avventura di un imprenditore che ha lasciato il posto sicuro a scuola, recuperando l'antica tradizione dei muratori pugliesi Vito Barozzi è andato a lavorare in un cantiere edile a dieci anni. «Non era poi male - racconta - in fondo mio padre Domenico, a quella età, era stato uno degli ultimi pastorelli della Murgia, ceduti dalle famiglie poverissime agli allevatori di pecore in cambio del semplice sostentamento. Tornava a casa due volte all'anno». A sentirlo parlare di mattoni e di calce nella sua Altamura, centro storico ancora intatto e pane buono su tutte le tavole, avverti lo stesso piacere fisico che esprime, indistintamente, chiunque faccia il secondo mestiere più antico del mondo: non importa che sia un muratore di provincia che quando piove non lavora e dunque non guadagna oppure un grande costruttore, tipo Salvatore Ligresti, accomodatosi nel salotto buono del capitalismo italiano. Dietro all'Italia com'è, non come dovrebbe essere, ci sono soprattutto loro. Secondo l'Osservatorio nazionale sul consumo del suolo, costituito dall'Istituto nazionale di urbanistica, da Legambiente e dal Politecnico di Milano, l'8,5 del territorio è coperto da case, edifici pubblici, strade e infrastrutture. Nel 1950, un minuto primo di quel miracolo economico che avrebbe cambiato il volto, il corpo e l'anima dell'Italia, era meno di un terzo di oggi. Le cose stanno così, al di là di ogni realismo sviluppista, che giudica l'erosione del territorio un dazio da pagare in cambio della crescita economica, o di ogni invettiva letterario-antropologica di tono pasoliniano o alla Calvino. Attualmente il paesaggio italiano è segnato da 905mila imprese, che danno lavoro a 2 milioni di persone e producono una quota di Pil stimabile al 6 per cento. Con, naturalmente, delle brutte sbrecciature: secondo lo Svimez, nell'edilizia ci sarebbero 180mila lavoratori in nero. Centodiecimila al Sud. In una realtà complessa, con grandi gruppi attorniati da una miriade di piccoli (secondo Unioncamere, il 61 sono ditte individuali), Vito Barozzi si è costruito uno spazio particolare: il restauro. «Di fatto, quasi senza saperlo - riflette lui che oggi ha 53 anni - ho recuperato la tradizione dei muratori pugliesi, abili a lavorare con le pietre e il tufo e a intervenire su un'architettura basata sulla volta». Un patrimonio secolare, che anche qui rischiava di essere infiltrato, sgretolato e polverizzato dall'egemonia del calcestruzzo, il cemento armato che dagli anni 60 ha modificato radicalmente il modo di costruire, nel Sud e in tutta Italia. Fra i lavori in corso, ci sono il Teatro San Carlo di Napoli, Palazzo Barberini a Roma, il Museo Archeologico di Reggio Calabria, la cattedrale di Gravina, il castello svevo di Trani e il Tempio di Ercole Vincitore di Tivoli, uno dei luoghi più strani del nostro paese, dove sui colonnati e sul teatro romano s'innestano, con una combinazione vagamente futurista, le travi d'acciaio, le fonderie e le cartiere che formavano nel 700 l'industria del Papato. La sua Cobar fattura una sessantina di milioni e dà lavoro a 230 persone: 190 muratori e 40 tecnici-restauratori. L'80 dei ricavi è garantito dai restauri, il resto dalla normale edilizia civile. La metà del fatturato nei restauri è realizzato con il ministero dei Beni culturali, il 35 con gli enti locali, il 10 con le diocesi e il 5 con i privati. «Siamo fortunati - dice Barozzi -: il ministero paga entro 60-90 giorni, le diocesi ci commissionano un lavoro soltanto se hanno già i soldi. I ritardi riguardano i comuni, le province e le regioni». La tenuta finanziaria di questa società, diventata una Spa negli ultimi mesi, non è messa a rischio. Anche perché, fra capitale sociale e riserve, dispone di un patrimonio netto di 5 milioni, mentre i debiti bancari sono praticamente nulli. In una crisi che ha messo a nudo la sottopatrimonializzazione del nostro capitalismo, non si registra soltanto la scelta di politica economica di costituire un fondo da tre miliardi collegato a una Sgr, con cui ricapitalizzare le imprese il cui fatturato annuo sia compreso fra i 10 e i 100 milioni. Compare gradualmente anche un elemento di psicologia individuale, che sta conferendo un'inedita fisionomia al nuovo paradigma del piccolo e del medio imprenditore: la consapevolezza che, quando le cose vanno bene, occorre lasciare gli utili in azienda, anche a costo di un tenore di vita personale meno scintillante. «Dopo quarant'anni di lavoro - spiega a questo proposito Barozzi - posso contare su 80 metri quadrati a Metaponto, vicino alla spiaggia. Anche se non critico chi, fra i miei colleghi, si compra la barca o la Porsche». Due altri elementi preservano l'assetto patrimoniale della Cobar: uno nascosto, l'altro più visibile. «Sa com'è - dice Barozzi - nel campo dei restauri, non riceviamo le classiche richieste strane. Tangenti e cose simili». Inoltre, in questo mercato non esiste traccia del massimo ribasso, il meccanismo che invece nelle opere pubbliche spesso genera fallimenti che si trasmettono all'intera catena del subappalto. La storia di Barozzi è anche la storia di un Sud che contraddice se stesso, le sue abitudini ataviche, le paure che poi sono quelle di tutto il paese. Dopo avere preso, grazie a delle borse di studio, il diploma di perito elettronico, al mattino lavora nei cantieri, occupandosi di contabilità e mettendo le mani nella calce. Al pomeriggio, fa l'insegnante di laboratorio all'Istituto professionale di Altamura. A un certo punto, diventa perfino docente di ruolo. «Nel 1985 aprii una vera e propria azienda con alcuni amici - dice - e mi licenziai. Non stavo a posto con la mia coscienza. Mi sembrava di rubare lo stipendio. La preside, si chiamava Maria Gesualdi, la prima volta mi strappò la lettera di dimissioni. Mio padre, che per una vita aveva fatto il bracciante, ci rimase malissimo. Le mie sorelle mi raccontarono che gli era scappata anche qualche lacrima. Mi presero tutti per pazzo, a rinunciare al posto sicuro». Ma, la sua, è anche la storia dell'amore e del contrasto fra il Nord e il Sud. La nostra storia. In questo caso, finita bene. «Ricordo che, a metà anni 60, la Cmc, la cooperativa romagnola, venne a costruire il primo mulino ad Altamura. Da noi, che avevamo il miglior grano del Mediterraneo e che ci vantavamo di avere il pane più buono. Era un'opera faraonica, realizzata da quelli del Nord. Ero un bambino. Un po' ci sentivamo espropriati», sottolinea Barozzi. Il problema vero, però, c'è quando, prima di focalizzarsi sul restauro, si dedica soprattutto ai lavori tradizionali, prendendo subappalti dalle grandi imprese del Nord. «Ci strizzavano come limoni - racconta - lasciandoci soltanto i soldi per la giornata». Anche se qualcosa di buono gli hanno dato: «Ho imparato molto. Prima, non sapevo fare il budget previsionale». I primi dieci anni di attività, quando Barozzi fa sia il professore sia il muratore in aziende che lavorano spesso per i grandi gruppi settentrionali, sono quelli dello spegnimento di ogni speranza che il Sud potesse recuperare i suoi ritardi storici rispetto al resto del paese. Secondo la Banca d'Italia è proprio nel 1975, anno in cui Vito ha 18 anni, che s'interrompe il recupero del prodotto pro capite del Mezzogiorno rispetto al Centro Nord: dal 1951 ad allora, infatti, i valori percentuali a prezzi correnti erano saliti dal 49 al 60 per cento. Dal 1975, il rapporto smette di crescere e resta sotto quota 60 per cento. Questa stasi, fotografata dalle statistiche ufficiali, ha come contraltare di lungo periodo la scarsa produttività delle imprese meridionali, il cui divario rispetto a quelle del Centro-Nord è attualmente stimabile, secondo lo Svimez, in almeno 22 punti percentuali. Per Barozzi la svolta, all'improvviso, arriva nel 1986, proprio sulla direttrice Nord-Sud: «La Crea era una media azienda di Forlì. In subappalto, compimmo il primo restauro nel municipio di San Fele, in provincia di Potenza. Un paesino di montagna. Accedere al cantiere era impossibile: la stradina era larga un metro e venti, portavamo a mano tutto il materiale. Furono molto contenti del nostro impegno. Con loro costruimmo un rapporto leale e generoso. I titolari garantirono per noi al ministero dei Lavori pubblici: così potemmo iscriverci alla lista delle aziende autorizzate a realizzare restauri. Lo fecero per aiutarci». Il gruppo di Forlì, senza guadagnarci nulla, permette dunque alla minuscola azienda di Barozzi di avere i requisiti giuridici con cui ottenere il primo affare diretto, senza mediazioni: il restauro del castello di Grottaglie. «Un lavoro da un miliardo e 200 milioni di lire. Fino ad allora, avevamo fatto cantieri da 50-70 milioni». Da allora, la strada è tracciata. E, con un intervento che non ha soltanto un valore economico ma anche civile, arriva a riparare uno dei cuori bruciati del Sud. Fra il luglio del 2007 e il dicembre del 2008, la sua impresa ricostruisce il Teatro Petruzzelli di Bari, andato in fumo nella notte fra il 26 e il 27 ottobre del 1991, in una delle storie più brutte del nostro paese negli ultimi venti anni. Dopo quell'incendio, non era rimasto niente. Barozzi allestisce un laboratorio, in cui i maestri restauratori e i tecnici si mescolano a un centinaio di ragazzi selezionati dalle scuole d'arte. Dalla foto ottengono un disegno. Poi, il calco e quindi il manufatto. Fregi, maschere, decorazioni, palchi, palcoscenici e statue. Tutto viene rifatto. «Oggi - ragiona Barozzi - il mercato italiano è maturo. Ci piacerebbe lavorare all'estero. Una delegazione moscovita, interessata al restauro del Conservatorio di stato Ciajkovskij, ha visitato per tre giorni il cantiere del San Carlo». In particolare, i russi guardano al mix italiano d'innovazione, artigianalità e manifattura: le nuove poltrone e i nuovi arredi del San Carlo sono fabbricati in maniera tale che non vengono più attraversati dalle onde sonore. Il suono li "rimbalza". Così, la qualità della musica è migliore. Scienza dei materiali, tecnologie, impianti, abilità tattile del restauratore-muratore, collaborazioni con gli atenei (le facoltà d'Ingegneria di Bari, Ancona e Roma e quelle d'Architettura di Venezia, Firenze e Reggio Calabria). Con tutto questo, la Cobar proverà a proporsi all'estero. Anche se, non solo il suo mercato, ma anche la sua natura restano intimamente meridionale e italiana. «La cosa più bella? Non so. Certo, in un posto dominato dalla 'ndrangheta, è stato emozionante lavorare con monsignor Bregantini, il vescovo di Locri, che ci ha chiamato per restaurare la cattedrale normanna di Gerace. Un uomo del Nord, un montanaro, una persona giusta». E, con la malinconia sottile di chi fa l'inventario del cantiere della sua vita, ricorda quel cartello all'ingresso della piscina di Zurigo, dove a 15 anni con mille altri connazionali faceva il cameriere e il muratore: «Non mi lasciarono entrare. Mica c'era scritto vietato ai meridionali. C'era scritto vietato ai cani e agli italiani».