milano. Passione sul palco, sobrietà tutto intorno. Applausi per il presidente Napolitano, proteste e contestazioni in piazza della Scala. L'eros della "Carmen" suggerisce un po' di ottimismo alla prima della stagione. Ma il profilo basso della serata segna uno spartiacque che difficilmente si potrà dimenticare. Pioggia di fiori per i due protagonisti, Anita Rachvelishvili e Joans Kaufmann, ovazioni per Daniel Baremboim, applausi ma anche dure contestazioni del loggione per la regista Emma Dante: questo il verdetto del pubblico per la "Carmen" di di Bizet. Contrasti e consensi, dunque, per la "Carmen" delle scommesse: quella del sovrintendente Stéphane Lissner, che punta sulla regia di rottura della Dante, e quella di Barenboim che sceglie come interprete la quasi esordiente Anita Rachvelishvili dopo un'audizione alla quale la giovane georgiana si era presentata per una delle parti minori. Emma Dante aveva indicato come obiettivo della propria ricerca sul capolavoro di Bizet un "sud dell'anima" che non traspare dall'inespressivo impianto scenico di Richard Peduzzi. Costruzioni stilizzate, grigie o rosso mattone, prive di quella solarità e vitalità che la regista vuole invece veder prorompere dalla protagonista e dal mondo emarginato e socialmente recluso di cui Carmen fa parte: sigaraie, zingari, contrabbandieri, tutti alternativi a una società che si serve dei simboli della religione per far valere la propria oppressione. La libera, spavalda autodeterminazione di Carmen, la drammatica autenticità della condizione popolare; e un bigottismo religioso che le nega entrambe, che cosparge la scena della propria presenza con croci, sacerdoti, chierichetti. Lettura simbolica e antinaturalistica, con tinte psicoanalitiche nel sovrapporre Micaëla, qui sempre accompagnata da croci e sacerdoti, alla visione della madre di Don Josè sul letto di morte, sovrapposizione che rinforza il senso di richiamo all'ordine a lei attribuito dalla regista nei confronti di Josè. La libertà viene coniugata al femminile: mentre i maschi vivono della loro volontà di potere e possesso, che nel caso di Don Josè diviene schiavitù sessuale, Carmen è semplicemente, naturalmente libera da condizionamenti esterni e interiori. E le grandi scene di gruppo, mirabilmente condotte in senso registico, vengono dominate dalle donne: le sigaraie che escono dalla fabbrica in vesti monacali - l'oppressione poggia anche nel lavoro su simbologie religiose - delle quali si liberano per bagnarsi; o la scena nella taverna di Lillas Pastia, dove si giunge a un parossismo quasi orgiastico, quasi l'invasamento di un'antica tragedia greca. Un "sud dell'anima", appunto, in cui morte e vita eternamente si scontrano e Carmen si trasforma in mito. Questa "Carmen" laica di Emma Dante sembra dunque poter convincere per la forza di un progetto intelligente e incisivo; ma sconta talvolta la non ancora completa sintonia della regista con la teatralità specifica del teatro d'opera, commisurata alla musica più che alla vicenda in sé; né viene sempre superato il rischio di rendere visibili simbologie che la musica può contenere, ma che possono venir depotenziate, se rese visivamente esplicite. Fantasiosi costumi, firmati dalla regista, e giuste le luci di Dominique Bruguière. Anche Baremboim vince la sua scommessa sulla protagonista: Anita Rachvelishvili è dotata di voce assai bella, estesa e flessibile, coglie con immediatezza la verità del personaggio - di Bizet, ma anche di Emma Dante - la carica libertaria e la determinazione scenica disinvolta e centrata, assolutamente encomiabile per una prima volta così impegnativa. Un'ulteriore maturazione non potrà che rendere ancora più completa ciò che già adesso è ammirevole. La sintonia di Barenboim con l'orchestra della Scala è risultata una volta di più in questa occasione, in cui è obiettivamente difficile stabilire se sia l'orchestra, duttilissima, ad assecondare le intenzioni del direttore o se sia questi ad assecondare le eccellenze, singole e collettive, dei suoi musicisti. La lettura del direttore israeliano sembra svolgersi in piena naturalezza nei confronti della mutevolissima partitura, di cui segue le più intime movenze, lasciando che trasparenze e colori emergano dall'orchestra. Jonas Kaufmann è un Don Josè appassionato e sofferto, sfumato nell'interpretazione, toccante nel suo stordimento. Erwin Schrott, Escamillo, se non colpisce per sottigliezze musicali si impone però come personaggio. Adriana Damato, in Micaëla, non sembra sollevarsi troppo da una corretta dizione della parte. Vivaci la Frasquita di Michèle Losier e la Mercedes di Adriana Kucerova, curato il Remendado di Rodolphe Briand, meno il Dancairo di Francis Dudziak, bene gli altri. D'eccellenza la prova del Coro della Scala, ottimo il Coro di Voci Bianche della Scala e del Conservatorio Verdi di Milano; gradevoli interventi delle allieve della Scuola di Ballo della Scala e bravissimi attrici e attori della Compagnia Sud Costa Occidentale, che la regista ha voluto con sé in questo suo debutto operistico.
La "Carmen" della discordia
La "Carmen" di Emma Dante è stata rappresentata alla Scala di Milano con un pubblico entusiasta e un'orchestra della Scala di alta qualità. La regia di Dante ha cercato di dare un "sud dell'anima" alla storia, enfatizzando la libertà e la determinazione di Carmen. La protagonista Anita Rachvelishvili ha ricevuto applausi per la sua interpretazione, mentre il direttore Daniel Baremboim ha dimostrato una sintonia perfetta con l'orchestra. Jonas Kaufmann è stato un Don Josè appassionato e sofferto, mentre Erwin Schrott ha interpretato Escamillo con convinzione. La prova di Adriana Damato come Micaëla è stata considerata mediocre, mentre le prove di Frasquita e Mercedes sono state vivaci.
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