Il "CARLO FELICE" E GLI OPERAI PROTESTANO INSIEME IN PIAZZA PRIMA DELLO SHOW giorgio de martino milano. Ancora una volta, in un rito che si ripete da quarant'anni i lanci di uova sfiorano chi entra alla Scala. È la grande protesta inscenata davanti al teatro. Che dal primo pomeriggio è arrivata sino all'apertura del sipario. Con il suo minuto di silenzio degli orchestrali, e l'altro silenzio fuori, quando ormai i presidi hanno fatto tutto ciò che dovevano. Da entrambe le parti, l'intenzione di far sentire in qualche modo la propria voce contro la crisi che mette a rischio posti di lavoro e legittima aspirazione alla cultura. Per tre volte i lavoratori tentano di sfondare le barriere imposte dalle forze dell'ordine e raggiungere il teatro. Volano i fumogeni rossi. Volano altre uova. Cronaca di un pomeriggio piovoso con chi protesta confinato in un angolo della piazza. Da un lato gli operai dell'Alfa Romeo di Arese, con un fantoccio di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat. Dall'altro, centinaia di musicisti, provenienti dalle fondazioni liriche di tutta Italia, arrivati per testimoniare un forte disagio proprio nel giorno della prima più importante, ogni anno, del mondo lirico. In mezzo altri operai, altre sigle, altri nomi di fabbriche, Tenaris e Lares Metalli. Qui la voce non è quella di Carmen, ma di strumentisti e coristi, anche genovesi. "Nessun dorma"è lo slogan più gettonato, che dalla fiaba pucciniana si ribalta in un'inquietante attualità. Lo spettro sospeso su tanti teatri è un fumoso decreto in attesa d'essere approvato. Pare con la benedizione dell'Anfols, l'Associazione dei sovrintendenti dei teatri lirici che spinge, secondo chi protesta, «per smantellare le fondazioni, aumentare ancora il precariato e ridurre gli organici». Gli striscioni più polemici, infatti sono contro Marco Tutino, al vertice dell'Anfols. Sono duecentocinquanta gli artisti riuniti sotto la pioggia battente. Il suono d'un trombone, d'un musicista del Regio di Torino, alterna l'Inno di Mameli al "Toreador" di Bizet. Una ventina di dimostranti vengono dal Carlo Felice. Attendono il ministro della cultura Sandro Bondi, anche se il suo arrivo è in dubbio. La mobilitazione coinvolge le principali sigle sindacali, ma da Genova la presenza più forte è quella Cgil. Alcuni macchinisti della Scala, già in divisa, partecipano al presidio a metà pomeriggio. Fra le fondazioni, secondo il parere generale, quella genovese è la più instabile: «Rischiamo molto» spiega un manifestante «il governo vuole ridurre gli organici. Si parla di mobilità, di contratti aziendali eliminati». Il rischio? Tenere due teatri nazionali, Milano e Roma, e declassare il resto: «Ma tutte le Fondazioni liriche sono uguali» incalza un altro collega genovese «perché il teatro è il cuore culturale della città». S'agita, persino, il fantasma della chiusura di alcune orchestre. «Siamo qui per ricordare temi scottanti» spiega Silvano Conti, coordinatore Cgil per la cultura «la situazione di crisi profonda dei teatri, a esclusione di Scala e Santa Cecilia, prova che la Legge 367 che trasformava gli enti lirici in fondazioni è fallita. Il ministro Bondi paventa un decreto ministeriale con toni punitivi verso i lavoratori, ma siamo già i meno pagati d'Europa. Se verranno toccati i nostri diritti, occuperemo i teatri». giorgio.demartinofastwebnet.it
Lanci di uova e fumogeni, tafferugli con la polizia: l'industria e la musica dalla stessa parte contro il governo. E Bondi non c'è
I lavoratori dell'Alfa Romeo di Arese e centinaia di musicisti provenienti dalle fondazioni liriche di tutta Italia si sono riuniti in piazza Prima del Teatro alla Scala di Milano per protestare contro la crisi che mette a rischio posti di lavoro e la cultura. La protesta è stata caratterizzata da lanci di uova e fumogeni rossi. I manifestanti sostengono che il governo vuole ridurre gli organici e declassare il resto delle fondazioni liriche, mentre la Cgil sostiene che la Legge 367 che trasformava gli enti lirici in fondazioni è fallita. Il ministro della cultura Sandro Bondi è stato invitato a partecipare alla protesta, ma il suo arrivo è in dubbio.
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