Un singolare intervento, quello effettuato all'interno della chiesa di San Marco a Copertino (in provincia di Lecce), e finanziato con circa 70 mila euro dalla Soprintendenza per il patrimonio storico, artistico e demoetnoantropolpgico della Puglia. Si tratta in realtà di un appalto sospetto, secondo gli investigatori, che già da alcuni mesi stanno verificando le presunte irregolarità, all'interno della stessa Soprintendenza, nella gestione e nell'affidamento degli incarichi esterni. Il 9 maggio scorso, i carabinieri della sezione di polizia giudiziaria del tribunale di Bari avevano già sottoposto a sequestro la macchina dell'altare ligneo della chiesa di San Domenico a Turi. Le opere, anche in quel caso, erano state oggetto di un consistente ripristino per il quale la Soprintendenza aveva messo a disposizione diecimila euro. Per l'intervento era stata bandita un'asta, vinta poi dalla stessa ditta Galante. I lavori sull'antico altare ligneo di San Domenico, però, non sarebbero stati eseguiti secondo i requisiti dettagliatamente elencati nel capitolato, ma fatti in modo che diventasse necessario assegnare (e finanziare cospicuamente) all'impresa un secondo lotto. Cosa che era effettivamente già avvenuta. Qui però erano intervenuti i carabinieri, su incarico del procuratore aggiunto del tribunale di Bari, Giuseppe Carabba e, sulla base di una perizia redatta da una consulente della procura. Il nome della titolare della ditta, Maria Galante e quello di altre due persone erano finite nel registro degli indagati, con l'ipotesi (a vario titolo) di falso materiale e truffa. Oltre alla donna, sono ora al vaglio degli inquirenti le posizioni del responsabile dell'Ufficio ragioneria della Soprintendenza, Giovanni Michelangelo Sardelle, di Altamura, e di una funzionaria incaricata di verificare lo stato dei lavori, Maria Giovanna Di Capua, di Molfetta. Gli stessi personaggi compaiono, secondo quanto emerge dalle indagini, in questo secondo appalto sospetto. Neppure il restauro dei numerosi affreschi nella chiesa salentina, infatti, sarebbe stato eseguito a regola d'arte, ma nonostante tutto sarebbe stato pagato con mandati firmati dall'Ufficio Ragioneria. L'ipotesi degli inquirenti, che stanno indagando a trecento-sessanta gradi, è che non si tratti di casi isolati, ma di una allegra gestione degli appalti all'interno della Soprintendenza per il patrimonio storico, artistico e demoetnoantropologico della Puglia. In molti casi, secondo gli investigatori, la ditta Galante avrebbe anche ricevuto in subappalto lavori affidati a grosse imprese pugliesi. Gli accertamenti dei carabinieri della pg, che si avvalgono anche della collaborazione dei colleghi del Nucleo tutela patrimonio culturale di Bari, subito dopo il primo sequestro si sono estese anche alla verifica sui restauri di castelli, dal Foggiano al Salento. L'attenzione è puntata essenzialmente sugli interventi finanziati con il denaro dell'ente ed ufficialmente già eseguiti.