Una scoperta la Rachvelishvili, fischi per Emma Dante Serata memorabile iniziata con lInno di Mameli: i fan della regista contro i dissensi Lo scroscio degli applausi è diventato una tempesta interminabile per la giovane mezzosoprano debuttante Anita Rachvelishvili: quando il direttore dorchestra ha trascinato sul palcoscenico la regista e costumista Emma Dante, al frastuono entusiasta si sono unite grida di dissenso, il che ha costretto i fan della giovane donna vestita da regina cattiva a raddoppiare la loro passione. È stata una serata memorabile per la Scala e per la musica, una serata cominciata come un ricordo storico: infatti, fuori dal teatro per quasi unora è parso di essere tornati a quarantun anni fa, al 7 dicembre del 1968, quando dopo la rivolta studentesca milanese contro il privilegio mondano e culturale, scatenò qui il primo lancio di uova e di slogan contro incolpevoli e terrorizzate signore, allora cotonate e grondanti ricami. Ma ieri non cera un leader come Capanna, e pioveva, e la piazza era transennata come in stato di guerra civile, e la polizia era tanta e decisa, qualche tafferuglio ma pare nessuna randellata, e le uova furono malinconicamente solo un paio. E già alle prime note dellInno di Mameli nella sala sfolgorante di banchieri (anche se non di politici tranne una ministra Brambilla entusiasta dellopera), tutti in piedi ad applaudire il presidente Napolitano e signora; fuori la folla, zuppa sotto gli ombrelli, un paio di migliaia di persone, che non era riuscita neppure ad avvicinarsi al teatro, si disperdeva, col magone per il silenzio che li avrebbe di nuovo inghiottiti. Dentro la sala, non solo Carmen, ma anche Emma, la regista e costumista Emma Dante, una rom e una palermitana, insomma due donne di natura terrorista e terrona, hanno aggredito, ghermito e sopraffatto un pubblico già equipaggiato non solo di gioielli anticrisi e haute couture firmata, ma anche di un confuso tripudio di informazioni bizetiane, ricavate dalloceanica copertura mediatica dellevento, compresa quella, inusitata, del settimanale gossipista "Chi", che in 26 pagine storiche, per farsi capir meglio dai suoi lettori, paragona Carmen a Belen Rodriguez, Don Josè a Fabrizio Corona e Escamillo a Borriello. Non per niente tra la folla estasiata degli intervalli, incedeva regalmente insignita dellAmbrogino doro e tra i suoi gorilla, leditore Marina Berlusconi. Dopo il preludio diretto con uno slancio innamorato dal grande Barenboim, il sipario si era aperto nello spazio da Sud lunare come un De Chirico decomposto dello scenegrafo Peduzzi, dove in fremente attesa della sigaraia seduttrice si materializza invece come da libretto la pura e perciò indisponente Micaela, per fortuna senza le tradizionali trecce bionde, il soprano Adriana Damato, che furba come il demonio, sotto la nera veste monastica nasconde già il candido abito da sposa per intrappolare senza indugio il brigadiere don Josè, facendosi seguire da un pretino con chierichetti già pronti a dir messa. A salvare il poveruomo da un matrimonio noioso ecco irrompere finalmente la femmina che ogni uomo vorrebbe avere e subito dopo ammazzare, Carmencita, il mezzo soprano Anita Rachvelishvili, una ragazzona riccia e spiccia che annuncia la sua preoccupante filosofia, "Si tu ne maimes pas, je taime; si je taime, prends garde à toi!". Da questo momento Emma Dante si impossessa della scena e di Bizet e si capisce perché Barenboim ne sia incantato. Infatti, aggiungendo ai cantanti, al coro e ai bambini delle voci bianche in mutande i 30 attori della sua compagnia teatrale, (compreso il bel marito Carmine Maringola), ha portato sul palcoscenico della Scala una fisicità violenta, una carnalità quasi ebbra e corale, botte da orbi tra sigaraie, calci dei soldati che trascinano le poverette per i capelli, immagini di tori massacrati, alla presenza indifferente di una religiosità opprimente e cupa. Su questo la regista, già bollata di blasfemia dal cardinal Bertone per i suoi testi teatrali, si scatena, usando la croce che i leghisti vorrebbero sul tricolore, come presagio funebre e persecutorio: una grande croce storta come fosse unopera di Cattelan, portata da chierichetti e prefiche che ci inchiodano un Cristo facendolo poi cadere in pezzi, donne velate che seminano croci come in un cimitero immaginario, un turibolo sacrilego. Il carro funebre che attraversa la scena portando la statua di una santa che è un manto vuoto, una parete invasa da ex voto, braccia, gambe, seni, che paiono di carne, come vere mutilazioni. Ma la gioia pagana della vittoria di Escamillo ha il sopravvento, con la magnifica danza in ginocchio dei picadores a torso nudo e quella dei toreri che volano avvolgendosi nelle lunghe fasce rosse: ed è in quel momento di festa che la Carmen, mai una mantiglia, mai una nacchera, vestita ormai di nero, grida "Jamais Carmen ne cédera! Libre elle est née et libre elle mourrà!" E si becca la famosa pugnalata preceduta da un tentativo di stupro, pratica che i molti fragili don Josè di oggi non hanno ancora abbandonato. Nei palchi lacrime delle signore, e per qualche seguace dei Calderoli e dei Salvini, il pensiero, "una rom in meno!".