GERUSALEMME Il giorno del-l'ira, narrano, fu un pomeriggio del 2000 vicino alla cafeteria del British Museum. Il professor Zahi Hawass, capo del Consiglio supremo delle antichità d'Egitto, detto il Faraone per il suo potere su qualsiasi scavo tra le Piramidi, era lì per un congresso d'archeologi. Gli venne fame. E scese a mangiare qualcosa. Passò tra i visitatori e per il bookshop, dove si vendono le tazze coi fregi dell'Acropoli, i poster di Dürer, le cartoline del Buddha. «Sapete qual è la cosa che vendono di più?», chiese ai suoi, una volta tornato in patria: «I puzzle con la Stele di Rosetta. I portachiavi con la Stele di Rosetta. I fermacarte a forma di Stele di Rosetta. Quella è l'icona della nostra identità d'egiziani. E chi ce l'ha? Gli inglesi. E qual è l'unica cosa falsa che dobbiamo avere nel nostro Museo del Cairo? Una copia della Stele di Rosetta». Il Faraone ha detto basta: torna a casa, Rosetta. Lo dice almeno da sei anni, ma stavolta ha deciso di fare sul serio. Hawass ne ha parlato con Mubarak e ha ricevuto via libera: l'Egitto vuole mettersi a capo dei Paesi debitori per chiedere all'Europa e all'America di riavere i capolavori rubati. Di più. Organizzerà una conferenza internazionale, ospite speciale la Grecia che da decenni litiga col British per riavere i fregi del Partenone, o con l'Italia per una serie d'altre opere. «Dobbiamo ancora decidere la data, ma è l'unica cosa su cui non abbiamo le idee chiare». La Stele è la preda: entro il 2013, data d'inaugurazione del nuovo Museo delle Piramidi, a Giza. Scoperti da un ignoto milite napoleonico sul Delta del Nilo, in quella che una volta si chiamava la città di Rosetta e oggi è el-Rashid, quei 760 chili di granito svelarono al mondo i segreti dei Faraoni, quelli veri, e diventarono quasi un modo di dire: perfino il giovanissimo Bill Gates chiamò «Stele di Rosetta» uno dei primi sistemi che dovevano rivoluzionare la civiltà informatica. Quanto valesse, lo capirono subito tutti, fin dal giorno (1799) in cui il soldatino francese la consegnò al suo capitano e, da questi, venne affidata al generale che guidava la spedizione imperiale. La Stele fu una delle cose che Napoleone ordinò inutilmente di salvare, quando tutto finì. Se la presero gli inglesi, invece, e nel 1802 era già pronta a mostrarsi per quello straordinario traduttore simultaneo (dai geroglifici all'egizio della strada, al greco classico) che permise di comprendere l'incomprensibile. L'offensiva diplomatica egiziana riguarda molte opere «fuggite » in giro per il mondo: il busto di Nefertiti, al Neues Museum di Berlino; la statua di Hemiunu, pure in Germania; il busto di Anchhaf, a Boston; lo Zodiaco di Dendera, al Louvre; i capolavori del Metropolitan di New York o del Museo Egizio di Torino... Molti sparirono nel periodo coloniale e il recupero è difficile, come sanno anche i musei italiani, nonostante siano passati quasi quarant'anni da quando l'Onu stabilì la proprietà «archeologica» dei Paesi nei quali i tesori vengono trovati. Cappello all'Indiana Jones, toni trascinanti, famoso per le sue ricerche su Tutankhamon e per le consulenze hollywoodiane (scrisse i testi di Omar Sharif nel «Mistero delle Piramidi »), ma anche per le sue battaglie contro tesi-patacca (come il film «Stargate» che rappresentava le tombe dei faraoni come basi per le astronavi degli extraterrestri), Hawass è quasi un eroe nazionale, a leggere la stampa cairota: «Quando in Britannia stavano nelle caverne, qui si studiava l'astronomia», commentano sui blog. C'entra l'orgoglio nazionale, ferito dopo la bocciatura dell'egiziano Farouk Hosni alla direzione generale dell'Unesco. E c'entra la ferita d'una risposta molto british, ma poco apprezzata, giunta da Londra quando il governo egiziano chiese la Stele in prestito per una mostra: «Hanno voluto garanzie su come l'avremmo conservata si scandalizza Hawass . Loro a noi! I nostri standard di sicurezza sono elevatissimi. E infatti abbiamo cambiato richiesta: invece di prestarcela, devono ridarcela. Per sempre».