TEMPIO. Don Francesco Tamponi guarda fuori dalla finestra del suo studio nella settecentesca residenza dei Pes Villamarina, il palazzo dove sorgeva il seminario. Tutt'attorno svettano campanili. «Sapete quante sono le chiese nella diocesi della Gallura?», mormora, assorto. «Trecento», aggiunge subito. «E in tutta l'isola più di ottomila, senza contare diecimila chiesette campestri - prosegue - Ma dismetterne anche una sola sarebbe un'idea che i nostri fedeli non capirebbero. È un discorso di sensibilità religiosa». Ecco perché l'isola è in controtendenza sull'ipotesi di cedere cappelle e monasteri avanzata in alcuni Paesi europei, soprattutto a Est. «Talmente in controtendenza - chiarisce don Tamponi - che ci diamo da fare per comprare organi e arredi in vendita». Il sacerdote è il segretario della Consulta regionale ecclesiastica per i Beni culturali, incaricato nell'isola per l'edilizia di culto. Tra i religiosi più qualificati, dunque, per affrontare l'argomento che da giorni scuote le coscienze di tanti credenti: l'idea, appunto, di mettere in vendita le chiese sconsacrate. Almeno là dove i valori cristiani sono così accantonati da permettere un diverso uso. Sino a farli diventare, com'è capitato in Ungheria, night a luci rosse, dove a fine serata una cubista sale su quello che era l'altare e fa uno spogliarello integrale. «In realtà ho visto di peggio - commenta don Francesco Tamponi - Monasteri trasformati in depositi o laboratori artigianali. Cappelle diventate magazzini per le merci più strane. Soprattutto in Germania ho assistito a fenomeni che si comprendono esclusivamente con una presa di distanza dalle religioni cattolica e protestante». Ma adesso la Santa Sede ha deciso di correre ai ripari. Rendendo nota, proprio di recente, la sua linea d'azione: va bene vendere le chiese, se l'emergenza economica incalza, ma senza aberrazioni o sacrilegi. Dal Vaticano il ministro per la Cultura, monsignor Gianfranco Ravasi, esorta comunque i vescovi a vigilare caso per caso. E polemizza con gli specialisti culturali dell'Onu per certe scelte, definite «discutibilissime e sorprendenti». Anche il quotidiano cattolico «Avvenire» critica l'Unesco, imputandogli di aver creato una lista «ideologica» e di «dubbio interesse» dei luoghi e dei beni dichiarati «patrimonio dell'umanità». Quanto al suo «scrigno inesauribile di tesori», la Chiesa deve invece fare i conti con le spese sempre più vertiginose di manutenzione, restauri, salvaguardia. E così raccoglie a propria volta accuse e rilievi critici perché in tante circostanze, sulla penisola, prevede il biglietto d'ingresso per la visita in parecchie basiliche d'arte. Un fatto che fa storcere il naso a molti turisti e fedeli. Ma è considerato dalle gerarchie ecclesiastiche «lecito e necessario», sia pure in alcuni casi. Esigenza non sentita evidentemente in Sardegna dove, per il momento, non accade niente del genere. Dice ancora don Tamponi: «Il principio della Chiesa è che il patrimonio immobiliare dev'essere intangibile. Ciò vale per gli edifici malridotti come per quelli in costruzione, che nell'isola sono oggi una quarantina. Ma le remore, per qualsiasi tipo di vendita o svendita, in Sardegna non sono soltanto religiose. Rientrano nella sfera più complessiva sociale e culturale. E comprendono in questo senso pure i luoghi dove non si svolgano attività strettamente liturgiche». Altrove le cessioni invece vanno avanti. Come a Volterra. Dove una ex chiesa del IX secolo è finita tra gli annunci economici con un prezzo richiesto che sfiora i due milioni. «Da cattolico, ho qualche titubanza davanti al ticket per entrare - non si stanca di ripetere Francesco Buranelli, segretario della Pontificia commissione - Ma in quanto responsabile del settore mi rendo conto che le offerte sono sempre meno numerose, i costi sempre più alti e noi dobbiamo tutelare il patrimonio artistico». Nell'isola, al contrario, si studiano alternative. «In qualche caso, attraverso convenzioni con Provincia e Comune interessati, si può destinare un edificio a centro polivante, ma sempre per un uso pubblico - sostiene il segretario della Consulta regionale - Oppure pensiamo a ricostruire recuperando i ruderi. Come a Sant'Elena di Bultei, dov'era rimasto piedi un unico muro portante. Siamo riusciti a recuperare addirittura la chiesetta di San Leonardo, un piccolissimo edificio che nei secoli era passato a privati e nel Novecento trasformato in porcilaia». Nell'isola le autorità ecclesiastiche apprezzano e sostengono gli sforzi fatti dalle comunità e dalle associazioni di fedales per organizzare feste religiose negli edifici campestri semiabbandonati. «I gruppi di compaesani nati nello stesso anno, sotto questo profilo, tendono quasi ad "adottare" un edificio di culto restaurandolo e conferendogli nuova dignità - afferma ancora il sacerdote nel suo ufficio di Tempio - In questo modo si creano comitati stabili. E interventi altrettanto costanti per ridare lo splendore del passato agli edifici di culto». «Il nostro scopo, insomma, non è cedere le chiese, ma farle rivivere perché tutti i fedeli possano continuare sempre a considerarle un punto di riferimento», è la conclusione di don Tamponi. Che, in ultima analisi, si sofferma ancora sui fenomeni di allontanamento dalla religione in atto fuori dall'Italia: «Vogliano che le nostre chiese restino aperte a tutti e siano sempre belle nel nome del Signore. Perché, se invece si entra nell'idea di dover difendere la bandiera, vuol dire che la battaglia finale è già perduta».
SARDEGNA - Vendere chiese? Non se ne parla
Don Francesco Tamponi, sacerdote e segretario della Consulta regionale ecclesiastica per i Beni culturali, discute l'idea di vendere le chiese sconsacrate in Sardegna. Secondo lui, l'isola è in controtendenza sull'ipotesi di cedere cappelle e monasteri avanzata in alcuni Paesi europei, soprattutto a Est. La Chiesa deve invece fare i conti con le spese sempre più vertiginose di manutenzione, restauri, salvaguardia. Don Tamponi sostiene che il patrimonio immobiliare dev'essere intangibile, ma riconosce che le remore, per qualsiasi tipo di vendita o svendita, in Sardegna non sono soltanto religiose, ma anche sociali e culturali.
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