E' molto interessante il fascicolo 2 del 2009 di «Economia della cultura», dedicato al tema «Politiche culturali e Mezzogiorno d'Italia», e denso di cifre e di statistiche di ogni genere. Non è, però, solo in quest'ampiezza informativa che ne consiste l'interesse; e nemmeno solo nella conclusione, prevedibile, alla quale vi si giunge, di una generale inadeguatezza dei dati meridionali rispetto alle medie italiane e rispetto alla consistenza demografica delle regioni meridionali. È, piuttosto, per la generalità del ritardo nello sviluppo sociale della cultura nel Mezzogiorno, che vi è diagnosticata, e che impone a tutti una considerazione molto rinnovata e mutata di questo settore. Basterà ricordare qui le considerazioni finali del saggio di Carla Bodo, una studiosa molto esperta del settore. Si nota ella scrive come «per tutti gli indicatori chiaramente individuabili, con la sola eccezione di quello riferito alla spesa culturale delle province, il peso del Mezzogiorno resti ben lontano dal 35 (ossia da una incidenza pari a quella della sua popolazione)». Non sorprendono, quindi, premesso ciò, né «l'inadeguatezza dell'offerta e della domanda di cultura» nell'area meridionale, né «la conseguente debolezza dei livelli occupazionali» che vi si registra «rispetto al resto del paese». Può, invece, se non sorprendere, certo preoccupare alquanto di più, come abbiamo detto, la generalità del fenomeno. «Tra i comparti di massima criticità scrive la Bodo possiamo collocare ai primi posti l'"industria culturale" in tutte le sue forme, dalla produzione audiovisiva a quella editoriale, con i livelli infimi in cui è precipitato un settore in cui il Meridione aveva saputo ritagliarsi una sua nicchia di un certo rilievo, come quello della produzione libraria». E non basta, perché anche un altro settore di forte tradizione meridionale, ossia lo «spettacolo dal vivo», «appare in forte svantaggio». Qui, anzi, «va messa in rilievo in particolare l'inspiegabile latitanza dalle scene meridionali della "danza", una disciplina relativamente poco impegnativa in termini di costi, e tuttavia oggi particolarmente attuale anche per le sue notevoli capacità di aggregazione per le fasce di età giovanili». E qui la Bodo lamenta pure, e mi pare con piena ragione, «la traumatica interruzione nel 2001 del "Progetto aree teatrali disagiate", avviato alla fine degli anni Novanta dal ministero per i Beni e le attività culturali in collaborazione con l'Ente per il Teatro italiano (Eti)», sul quale il suo giudizio è forse più positivo del dovuto, ma che certamente, come ella dice, è stato «una delle poche iniziative organiche » avviate in materia in Italia apparse corrispondenti alle esigenze del Mezzogiorno. Infine, rileva la Bodo, è da constatare, per i «beni culturali», «la discrepanza tra un livello di offerta del Mezzogiorno complessivamente non troppo lontana da quello delle altre regioni, e con un innegabile punto di forza concernente i beni archeologici, e un livello di domanda assai debole, che potrebbe indicare una ancora scarsa coscienza civica locale della eccezionale rilevanza di un patrimonio culturale tanto esteso e sedimentato ». Questi giudizi si possono più o meno condividere, ma lasciamo il fascicolo di «Economia della cultura». Stiamo ai problemi. Nulla di nuovo da questa analisi fondata sul disincanto dei numeri? Sì, nulla di nuovo, ma in certe cose la conferma può essere perfino più importante della novità; e questo è il caso. Si tratta di problemi per i quali molto è rimesso a politiche nazionali, che oggi nel settore dei beni culturali non spingono all'allegria, e non si dica che accade lo stesso anche altrove (si pensi allo sciopero dei musei in Francia), perché per noi il problema è più grave, anche a prescindere dal Mezzogiorno. Molto, però, è anche rimesso alle spontanee azioni e reazioni di una società. Le potenzialità e la creatività meridionale in questo settore sono indiscutibili, ma non è richiamando le solite eccellenze che si può chiudere la riflessione. Non abbiamo, invero, i mezzi per fare quel che si potrebbe fare, e, con la crisi che stiamo vivendo, è improbabile che nel futuro prossimo possano raggiungere o anche solo mantenere i livelli, già insoddisfacenti, attestati dalle pagine di «Economia della cultura». Nel frattempo, urge, però, una politica di accorta gestione di quel poco che si ha a disposizione: niente finanziamenti a pioggia a soli scopi clientelari o, per così dire, assistenziali; nessuna indulgenza a sagre, feste e altre forme dell'effimero senza rilievo storico-culturale e civile; accorta selezione e qualificazione nell'impiego delle magre risorse. Cose anche queste non nuove, ma che si è spinti a ripetere per far sì che finiscano, al contrario che finora, col tradursi nei fatti. Dopo di che, si può anche sollecitare dalle rappresentanze nazionali del Mezzogiorno un'azione romana che, pur nelle presenti difficoltà, ottenga per la cultura, anche al Sud, un po' più del minimo indispensabile.