Ecco la città che piace a Cenni. «Ma io sono un sindaco di transizione» Asm realizzerà un impianto per il trattamento anaerobico dell'organico che è il 25 dei rifiuti E darà energia e compost «Mi considero un sindaco di transizione, in attesa che i partiti, di maggioranza e di opposizione ritrovino il loro ruolo e lo esprimano con i loro uomini migliori». Dà di sé questa insolita definizione, Roberto Cenni. Tanto per ribadire il rivendicato carattere "civico" della sua leadership. Del resto l'attenzione al rapporto con i cittadini, è testimoniata dal boom del suo profilo su Facebook, dove ha raggiunto il tetto massimo di 5.000 iscritti. A cinque mesi e mezzo dalla sua elezione, Roberto Cenni comincia a delineare l'idea della Prato che vorrebbe, all'insegna della "green economy". Ma con i cinesi bastano solo i controlli? E sul fronte dell'integrazione? «Pensiamo sia molto più facile per la seconda generazione e su quella lavoreremo. Sarebbe più semplice se i cinesi si iscrivessero al sindacato, all'Unione, agli artigiani. E' un peccato non poter mettere insieme chi fa il capo finito e chi produce i tessuti. La capacità di sinergie dentro le regole, aprirebbe grandi potenzialità. Il rammarico, invece, è che conquistando il pronto moda ci hanno tolto la possibilità di allungare la filiera fino ad arrivare al consumo, oltretutto importando tessuti dall'estero anziché usare quelli pratesi». L'insistenza sugli stranieri come fonte di problemi non rischia di alimentare l'insofferenza? «Se si parla con la gente si coglie un peso insopportabile. Dalle file al pronto soccorso che viene spesso usato impropriamente dagli extracomunitari, alle liste per le case popolari, all'iscrizione dei figli a scuola, alla convivenza nei condomini, il peso dell'immigrazione sulla città si avverte. I cittadini si sentono abbandonati e rabbiosi. Sono orgoglioso di una città che nonostante questa pressione ha dimostrato capacità di accoglienza. Ma se si tira troppo, l'elastico si spezza». Il suo commento all'aggressione del bengalese da parte di alcuni naziskin non fu troppo felice: non c'era una parola di solidarietà con l'aggredito e il riferimento alla città-polveriera sembrava quasi far pensare che fosse stato incauto il bengalese a trovarsi lì. «No, non era davvero questo il senso. Volevo sottolineare che in questo contesto, quel gesto era ancor più da condannare. Se sono stato frainteso mi dispiace». Cittadini rabbiosi. Ma non avete alimentato anche voi questa rabbia? «E' il contrario. Per tanto tempo non è stato percepito il disagio. Era sempre più difficile vedere che a molti stranieri era permesso fare cose che agli italiani non sono concesse. Il disagio dei cittadini è sempre stato più avanti, rispetto alla politica. Ancora ci chiedono di fare di più». E non è pericoloso andar dietro a questi umori, invece di contenerli facendo ragionare? Viene in mente il caso del kebab. C'era proprio bisogno di creare divieti anche in campo alimentare? Non bastava fissare regole di decoro e igiene valide per tutti? «Perché il centro storico sia attrattivo serve un riequilibrio di prodotti e offerte. C'è stato un processo degenerativo. Ci sono 640 fondi sfitti e se riaprono con un'offerta poco decorosa è la fine. Dovendo competere con i centri commerciali che organizzano scientificamente l'offerta merceologica, noi partiamo già svantaggiati perché non possiamo selezionare i generi dei negozi. Possiamo solo impedire un ulteriore deterioramento. La nostra è un'ordinanza per tamponare. Del resto i kebab ci sono, non li abbiamo chiusi. Abbiamo solo detto, non ne vogliamo altri. Vediamo come va, poi tireremo le somme e ci vorrà un regolamento complessivo. Ma se qualcuno vorrà aprire un bel ristorante giapponese, non rimarrà fuori». Sul polo expo all'ex Banci la decisione è già presa? Ipotesi bocciata, dunque. «Intanto dai progettisti di Urban vorrei qualche risposta: chi tira fuori i 300 milioni di euro da considerare a fondo perduto? Chi ci garantirà in un anno dieci fiere di alto livello? Se i poli fieristici sono in crisi, ci sarà una ragione. Forse il sistema delle fiere non funziona più e bisogna pensare a qualcosa di diverso perché con internet il mondo è cambiato, gli affari si fanno tutto l'anno e non solo su appuntamento. Dove sarebbe lo sviluppo in tutto questo?». Qual è la sua opinione sull'area Banci? «Il problema riguarda l'area metropolitana. Siccome la gran parte dei finanziamenti della Regione per i prossimi tre anni era legata al polo espositivo, alla Regione interessa, ci partecipa? Fare un polo expo solo per Prato non ha senso. Nel sistema delle manifestazioni di Fortezza da Basso può essere importante? Ne parlerò con Cocchi. E poi c'è da sentire Consiag, perché l'area è sua. Altre ipotesi ci potrebbero essere, ma prima bisogna capire». Altro luogo decisivo per la Prato di domani è l'area dell'ospedale. Ribadisce il suo no a ulteriori cementificazioni? «Questa è una grande occasione. A darci entusiasmo è stato l'assessore Rossi che ci ha detto: conosco i problemi di Prato, la necessità di riqualificazione del centro storico; sono disponibile a trasferire altrove le funzioni che era previsto rimanessero nel vecchio ospedale (il centro per il disagio mentale, l'ospedale di prossimità). Questo è importantissimo, perché possiamo considerare libera tutta l'area e il concorso di idee più aperto possibile, finalizzato a recuperare l'area nel centro storico. E i soggetti che lanciano questo messaggio, Regione e Comune, non mi pare siano speculatori». Lei avrebbe qualche preferenza sulla destinazione? «Ce l'ho, ma lasciamo libera la fantasia, sentiamo cosa viene fuori dal concorso di idee. Certamente non potrà avere una destinazione unica. Ma può consentire una ricucitura con una parte del centro che attualmente è un po' ai margini. Anche per il Banci ho un desiderio. Ma credo si debba ascoltare tutti, e usare il territorio con parsimonia». Dalle nomine al Consiag che lezione ha tratto? «Partiamo dal risultato. Prato ha perso la posizione che aveva in Consiag non per motivi strategici, ma solo partitici. L'impressione è che si è voluto mettere Prato in un angolo perché aveva cambiato colore. Ma la delusione maggiore è che mentre Consiag è impegnato in un processo di aggregazione sul gas, non si pensa a quanto siamo indietro nella costituzione delle multiutilities in Toscana. Perché era importante che Abati concludesse l'operazione Estra, ma Estra da solo è troppo piccolo; bisognava esprimere un cda che proiettasse verso l'alleanza con qualche altro grosso distributore di gas e verificare se la stessa cosa si può fare con i rifiuti. In una situazione di crisi è fondamentale far diventare le partecipate un motore di sviluppo. Tutti questi ragionamenti sono andati a farsi benedire solo per dire: mi conquisto quattro poltrone, tu pigliati il vicepresidente se ti va bene. Non c'entra la destra e la sinistra, è solo un esempio di cattiva politica». Lei parla di partecipate come possibile motore di sviluppo. Può fare un esempio? «Asm ha già fatto una convenzione con Università e Gida, per un impianto di trattamento anaerobico dei rifiuti organici che produce energia e compost, ma che soprattutto consentirebbe di risolvere il problema degli organici che sono il 25-30 dei rifiuti, utilizzando l'acqua. L'impianto potrebbe essere fatto nel giro di poco tempo e dare un ruolo e una continuazione a Asm, non solo come attività di raccolta. Possono essere vie di sviluppo di nuove economie». Si sente ancora un sindaco civico? E' difficile mantenere l'autonomia rispetto alle pressioni dei partiti? «I partiti esercitano il loro ruolo, il Pdl come il Pd, cercano di riconquistare la fiducia in città, li capisco. Per quanto mi riguarda, il mio può essere solo un ponte, una soluzione transitoria tra una situazione contingente e un approdo finale, con i partiti che dovranno ritrovare la capacità di interpretare i bisogni dei cittadini attraverso le persone che metteranno a disposizione». Un sindaco traghettatore, insomma? «Ho sempre avuto la consapevolezza che questo è un ruolo che la città ha riconosciuto momentaneamente. C'è la necessità che i partiti ritrovino il legame, la fiducia degli elettori. Non ho interesse a un radicamento in politica, altrimenti avrei fatto un partito. Resta il fatto che c'è bisogno di una visione a 360 gradi del bene comune». Esclude già ulteriori esperienze? «Al momento sicuramente. Poi non si può mai escludere nulla. Come esperienza umana mi sta dando tantissimo. Di certo se mai dovessi pensare di fare altre esperienze, a quel punto non sarebbero più come civico, ma all'interno della politica». Le pressioni si fanno sentire? «Ci convivo. E sono consapevole di quanto i partiti hanno concorso alla mia elezione». In questi mesi si gettano le basi dei progetti che segnano i prossimi anni. Ha in mente qualche idea che può segnare la legislatura? «Ma i segnali li abbiamo già dati. L'Interporto, se sarà ben condotto, porterà a un'occupazione di 4-500 persone. Definire con l'Asl la destinazione dell'area ospedaliera, è importante. L'aver messo a prova 5.000 mq di terreno per occupare i cassintegrati è un altro segnale. Sul Parco archeologico di Gonfienti contiamo di trovare forti investimenti pubblici. Puntiamo sulle Cascine e sul loro uso per un'attività pubblica, sul Parco di Galceti. La Biblioteca Lazzerini, che abbiamo solo portato a termine, ci consentirà il recupero delle mura, poi toccherà ai bastioni. Un disegno si delinea». Lei ha parlato spesso di ridare un'identità a Prato. Ma è parso finora che questa identità venisse cercata più nel passato che guardando al futuro. «L'identità viene dalla linfa che la radice ti dà, da quello che c'è nel tuo dna. Certamente poi va proiettata nel futuro. Se immagino le cose che dicevo prima, i parchi, la città etrusca sopra la Calvana; e poi la contemporaneità con il Centro Pecci e lo sviluppo del parco museale intorno al museo. L'estensione della contemporaneità in altri spazi, e ora mi fa dire anche il mio sogno... vedrei l'area del Consiag come un'area di sviluppo intorno al Centro Pecci per una serie di attività collaterali, non solo espositive, ma anche di servizi, di eventi. Insomma, vedo Prato come un'area dalle grande potenzialità attrattive. Certe ricchezze di Prato sono miniere d'oro che non sono mai state scavate».