Dicono che i portammaresi siano i veri pisani, intendendo sottolineare una specificità del carattere, mite e aperto ma anche un po' fumantino, soprattutto quando si discute dei loro interessi. E c'è un luogo comune, divenuto nel tempo un aforisma del portammarese: l'Arno è mio e il Fosso a mezzo. La spiegazione è semplice e viene da lontano. L'Arno, il fiume di tutta Pisa, vissuto come la risorsa principale da sfruttare in esclusiva. Il Fosso, cioè il canale dei Navicelli che attraversa il quartiere, diviso con il resto della città un po' per compensazione, un po' per magnanima concessione. D'altronde è difficile spiegare la storia di Porta a Mare prescindendo dal canale dei Navicelli. E' su questo corso d'acqua che si giocano, ieri come oggi, le sorti del quartiere. Non ci sarebbero state le fabbriche senza il Fosso, non avrebbe potuto lavorare la mitica Saint Gobain senza le barche dei renaioli che portavano le sabbie silicee da Livorno, la scaricavano in darsena per far funzionare il grande camino della fabbrica francese del vetro, e poi ripartivano risalendo contro corrente il corso dell'Arno. L'intersezione era alle Bocchette, non quelle che sono ancora oggi visibili a Putignano, ma la chiusa vicino all'attuale ponte della ferrovia. Furono chiuse quando buona parte dei Navicelli fu "tombata", ma gli anziani ricordano ancora il forno che si trovava sotto la Voltina, insieme ad una splendida Madonna dei Navicellai, che era il simbolo della devozione del popolo. Chiusa buona parte dei Navicelli, sparito il trammino che sfiorava le finestre e i terrazzi delle case fino al cortile delle suore Immacolatine, aperto il sottopasso, il quartiere ha cambiato pelle e anche fisionomia. Ma non il carattere dei suoi abitanti, gente un po' brusca nei modi, capace anche di mettere la mano su ceppo e mutilarsi un dito con l'accetta - come ricorda Francesco Masetti - pur di guadagnare il sussidio dello Stato per sopravvivere. Chiuso il canale, spariti i navicellai (i Fontani, i Bargellini, Vito, tanti altri) e buona parte dei pescatori, i portammaresi guardarono all'industria. Prima le fornaci dei mattoni, i Caverni, i Donati, poi le grandi fabbriche. E furono anni di sviluppo e di lavoro, oltre duemila dipendenti tra Sanac, Saint Gobain, Vis e Piaggio, i piccoli bar che nella pausa pranzo si riempivano, il vecchio Di Gaddo che già a mezzogiorno preparava i caffè che un'ora dopo bastava riscaldare per essere serviti agli operai. Il circolo "Pace e Lavoro", la sezione del Pci, il circolo delle Acli vicino alla chiesa di San Giovanni, ma soprattutto la gelateria della "Catina", con i tavoli fuori, affollata soprattutto nelle serate estive, l'osteria del Volpi lungo il Fosso, con lo sbicchieramento del vino e gli spuntini del pomeriggio. Lo ricorda Carlo Davini, che rievoca anche l'emporio della Irene, negozio di alimentari, verdura e giocattoli per i ragazzi. E i loro giochi, dalla trottola con la coda di topo al Ghiné Cambrì, che si faceva con le mazze e i bastoni, antisegnano del baseball americano. E poi il bar "Autotreno", all'incrocio tra l'Aurelia e la via Livornese, che sarebbe divenuto il Bar Livorno. I portammaresi, ancora oggi, ne sono fieri. Perché fu il primo locale del quartiere con la cassiera, come si vedeva solo in città. E perché quel nome, accettato pure nel cuore della pisanità, stava quasi a significare una sorta di superiorità dal piccolo provincialismo e dal vetero campanilismo: «Ve lo immaginate, ancora oggi, un bar Pisa a Livorno?» si domanda a voce alta un giovane cliente del locale. Oggi la Porta a Mare delle fabbriche è un ricordo che vive delle due ciminiere della Saint Gobain. Il resto è una necropoli industriale che non sarà più possibile far studiare neppure agli archeologi. E pure qui si sono scritte pagine di storia politica, sociale ed economica che non dovrebbero essere disperse. «I francesi della Saint Gobain gestivano la fabbrica con un occhio alla socialità» ricorda uno dei più anziani avventori del circolo "Pace e Lavoro", «avevano realizzato un ambulatorio per i dipendenti, facevano un regalo a Natale, Befana e Pasqua ai figli dei lavoratori, pagavano quasi il doppio di stipendio, 70mila lire al mese, contro le 35mila delle altre fabbriche. E soprattutto avevano realizzato, nei due viali della fabbrica, le case per i dipendenti». Era un comportamento dovuto rispetto ai capitali che la fabbrica portava in Francia? Può darsi, ma quando arrivarono gli italiani le cose peggiorarono e il primo direttore del personale, un certo Masini, finì a un passo dall'essere buttato in Arno, a bordo della sua auto, mentre tentava di forzare un picchetto di scioperanti. Già, gli scioperi. Scandirono i tempi dei primi licenziamenti, mentre la città s'infiammava con le lotte universitarie. «Studenti e operai uniti nella lotta» recitava lo striscione dei Sessantottini che facevano partire le loro manifestazioni dal ponte dell'Aurelia. E fu un bivio della storia, perché fino a quell'epoca - ricorda Auro Rossi - i portammaresi che lavoravano nelle fabbriche, quando andavano in pensione lasciavano quasi automaticamente il posto al figlio. Dagli scioperi in poi avvenne la selezione, ma si potrebbe dire la discriminazione: dentro i figli dei crumiri, fuori tutti gli altri... Non ci sono più le fornaci, la Madonna dei Navicellai, il trammino e neppure gli operai delle fabbriche. Oggi, nessuno di loro, direbbe più "vado a Pisa". La città è andata a Porta a Mare e altra ne verrà da qui a poco tempo, nei palazzoni che sorgeranno nei vecchi piazzali della Sanac e della Sangobé, come dicevano i portammaresi di un tempo.
PISA. Tra i Navicelli e l'Arno con l'industria e le lotte la Pisa che non c'è più
Il testo descrive la storia e il carattere del quartiere di Porta a Mare a Pisa, in particolare il ruolo dei suoi abitanti, i portammaresi, che sono stati coinvolti nell'industria e nella fabbrica della Saint Gobain. Il testo descrive come il canale dei Navicelli, chiuso nel 1960, abbia cambiato la fisionomia del quartiere e come i portammaresi abbiano guardato all'industria come mezzo di sopravvivenza. Il testo ricorda anche le attività commerciali e sociali del quartiere, come le gelaterie, gli osterie e i circoli sociali, e come i portammaresi abbiano vissuto una vita di lavoro e di socialità.
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