Alberto Ronchey, probabilmente il miglior ministro per i Beni culturali che questo Paese abbia avuto la fortuna di vedere al lavoro, appena insediato non si dava pace. Ma perché i servizi nei musei italiani erano così scarsi, vecchi, polverosi, scostanti? Perché la sola prospettiva di vendere oggetti legati ai beni esposti (merchandising, per intenderci) era immediatamente visto come l'ingresso del Demonio in una Cattedrale? Da uomo cosmopolita e laico qual è, Ronchey non si fermò. E varò la prima legge italiana capace di regolare la materia. Tra poco saranno passati vent'anni, ma la burocrazia italiana (tra materia contributiva, permessi, diritti) è riuscita a rallentare quasi in ogni modo l'iter di un indispensabile cambiamento. Ora arriva la buona notizia legata a Roma. Era tempo, verrebbe da dire se non fosse necessario fermarsi per festeggiare. Meglio tardi che mai. Sembra assurdo che una città capitale come Roma abbia rinviato così a lungo un appuntamento così importante. Perché la nostra città «è» un marchio in sé. Con altri pochi luoghi al mondo (Parigi, New York, Londra) dire «Roma» in qualsiasi parte del globo significa far identificare uno dei suoi simboli (Colosseo, San Pietro, Castel Sant'Angelo). Il turismo culturale si sta trasformando in uno dei pochi motori di sicura ripresa economica: sarebbe suicida non puntare immediatamente non solo su un merchandising capillare (se non altro per sottrarre l'immagine della nostra città ai troppi venditori ambulanti, non sempre regolari, che vendono prodotti di infimo ordine) ma anche su un vero e proprio «Marchio Roma». Venezia è riuscita a mettere da parte antiche rivalità, dando vita a un circuito serrato di musei cittadini proprio per mettere sul mercato un «prodotto unico». Ovviamente sotto il marchio di Venezia. Adesso tocca a Roma individuare una propria omogeneità, anche legata ai prodotti da commercializzare. Ormai qualsiasi dibattito appartiene veramente all'archeologia della gestione dei nostri beni culturali. Che vanno tutelati, non ceduti, protetti, non trattati alla stregua di oggetti qualsiasi. Ma che, nelle copie, possono diventare (ovviamente in una serialità controllata e di qualità) riproducibili e commerciabili. Scontiamo decenni di snobismo culturale misto a un odio dichiarato per il mercato. Ora il tempo e la crisi hanno sgombrato il campo da ogni equivoco. È tempo di muoversi.