Un trionfo di ghirigori e di arabeschi che si offre allo sguardo e che lassedio dei palazzi circostanti non riesce a mortificare Da giovedì sarà possibile visitare una tra le maggiori testimonianze dellarchitetto palermitano e del suo art nouveau Dalla piccola terrazza che si affaccia appena sotto la copertura a spiovente del Villino Florio, il gioco dei trafori floreali offre al visitatore che si arrampica per la piccola scala interna, oggi che ledificio è per la prima volta aperto al pubblico, la sigla più compiuta del liberty palermitano: un trionfo di ghirigori e di arabeschi che lassedio dei palazzi circostanti non riesce, nonostante tutto, a mortificare, e che larticolarsi delle sale interne ancora suggerisce nello snodarsi fluido degli ambienti. In particolare nel passaggio al piano terra dal salone alla sala da pranzo in cui spiccano il camino e la grande capriata superstiti. A quarantasette anni dallincendio doloso che lo distrusse, il capolavoro di Basile, che sarà visitabile da giovedì, torna a segnare uno dei momenti più importanti della storia, non soltanto artistica, di Palermo. Quando, nel 1899, Ernesto Basile definisce il progetto per il Villino Florio allOlivuzza, la breve stagione dellart nouveau siciliano è entrato, di slancio, nella sua fase di maggiore splendore con un scarto minimo, pochi anni appena, rispetto ai grandi modelli europei. Quello stesso anno è, per Basile, un momento di decisiva maturazione oltre che di notevole successo professionale: dopo avere riepilogato con mestiere i modi delleclettismo ottocentesco che lo pongono in piena continuità con la lezione paterna, la sua adesione ai modi dellarte nuova è certificata da unopera apparentemente minore e invece di sorprendente sicurezza lessicale come la tomba della famiglia Raccuglia nel cimitero di SantOrsola e nel più impegnativo progetto di Villa Igiea, sempre con i Florio come committenti. A quella data, limpero economico della dinastia imprenditoriale che ha ormai stretto una mesalliance con laristocrazia siciliana fa avvertire già i suoi primi scricchiolii, ma nessuno sembra occuparsene più di tanto se il destinatario del villino, il giovane rampollo Vincenzo, di 14 anni più giovane del fratello Ignazio che ha assunto le redini del comando nel 1891, è poco più di un ragazzo: sedici anni appena (è nato nel 1883), ne avrà più o meno venti quando la costruzione sarà ultimata nel grande parco che si estende alle spalle della casa di famiglia con tanto di laghetto artificiale e tempietto neoclassico, ora ridotto a poco più di un brandello dopo che le sfortune di casa Florio consiglieranno, allindomani del primo conflitto mondiale, una lottizzazione certamente più redditizia rispetto allallure mondana di cui era stato teatro. Sino al culmine poi diventato leggenda: le figure del Kaiser e dellimperatrice fotografati davanti al rutilante capriccio in pietra che Vincenzo aveva voluto come il proprio brillante biglietto da visita con cui presentarsi allambiente cosmopolita in cui gravitano gli affari e le relazioni di famiglia. In questo senso, il villino Florio (salone, sala da pranzo, sala da biliardo, ma cucina e sale da letto piccole) va sempre letto in riferimento ai fabbricati neogotici ottocenteschi che erano divenuti nel corso del tempo la vera sede di rappresentanza: un padiglione più che un edificio residenziale in senso stretto, la variante alla moda di una prassi dellabitare tipicamente aristocratica fatta propria dai discendenti dei droghieri sbarcati in Sicilia da Bagnara Calabra. Devastato nel 1962 dalle fiamme che distrusse i magnifici arredi lignei - le porte, le boiseries, il magnifico e spavaldo ramage arabescato in noce che percorreva la copertura, il camino incorniciato da nastri floreali in mogano - acquisito dalla Regione Sicilia che così lo ha sottratto a ulteriori mire speculative, il Villino Florio riapre ospitando la mostra dedicata alla Targa Florio proveniente da Catania, dopo lunghissime operazioni di restauro a cura dalla Soprintendenza e dirette prima da Salvo Lo Nardo e poi da Marilù Miranda. Lavori che hanno potuto restituire soltanto in parte larticolazione fluida degli ambienti che leccezionale design di Basile aveva postulato secondo una cifra unitaria che percorreva con un solo movimento a onda ogni dettaglio degli interni - dalle maniglie delle porte allo scalone -consolidando le parti carbonizzate dalle fiamme e integrandole, dove possibile, con interventi di ripristino (relative ai decori lignei ma anche alle tappezzerie) condotti sulla base della documentazione fotografica realizzata da Giuseppe Cappellani poco prima dellincendio; e hanno quindi recuperato con lavori di pulitura la partitura esterna, quella articolazione dei corpi di fabbrica talmente audace nelle sue combinazioni da essere più di una volta fraintesa come unopera minore, un capriccio, un divertissement o poco più; e, con essi, quella attenzione al dettaglio e al suo inserimento perfettamente calibrato nel ritmo complessivo dellarchitettura che costituisce, forse, il contrassegno più personale di Basile negli anni del liberty. Nel villino per Vincenzo Florio questa calligrafia nervosa innervata nelle strutture costruttive raggiunge forse il suo apice: dai disegni dei ferri battuti del coronamento a quello delle lastre di ardesia della copertura, dalla rivisitazione del motivo dei capitelli alle fasce dei canali di gronda, dai profili delle mensole alle spirali concentriche alla base delle torrette, tutto contribuisce a determinare quella analogia sottile dellarchitettura con un organismo vivente e in crescita che è una delle mitologie fondamentali dellart nouveau. Sarebbe tuttavia ingiusto ricondurre il magistero di Basile a questa padronanza dei particolari. La stessa varietà dei riferimenti tipologici che ha fatto leggere il Villino Florio come un pastiche: le torrette da castelletto medievale, lo scalone a ferro di cavallo tipico delle ville del barocco siciliano, il bugnato rinascimentale, il bow window delle case di campagna inglese, il portico dingresso e le finestre carenate gotico catalano, la copertura a spiovente propria degli chalet di villeggiatura alpina - un inventario analogo a quello dei padiglioni delle esposizioni, nazionali o universali, che tanta parte hanno avuto nella storia dellarchitettura moderna - sono infatti animate e riassorbite nel loro incastro dalleleganza della medesima linea elegante e tesa. Ma soprattutto il montaggio di quei riferimenti rinnega, componendola e riassemblandola come in un caleidoscopio, la tradizionale articolazione del corpo di fabbrica come un solido di quattro prospetti: una intuizione dinamica - una integrazione di spazio e tempo percettivo - che Basile non riproporrà più con la medesima audacia inventiva, e che rende il Villino di Vincenzo Florio un testo fondamentale del modernismo italiano, anche aldilà del carattere disinvolto e esotico, da disneyland belle époque, che pure tanta parte ha avuto nella sua fama. Postilla finale: larchitettura di Basile sarà visitabile sino al prossimo 10 gennaio, poi le modalità di apertura verranno (si spera) definite. Sarebbe il caso di pensare, per questo monumento, a una valorizzazione in rete con altri beni che insistono sul medesimo periodo culturale, dalla poco distante Villa Whitaker a Villino Favaloro, magari ipotizzando ticket cumulativi, coinvolgendo enti e istituzioni differenti come accade altrove. Da noi, sarà possibile?
la Repubblica
5 Dicembre 2009
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SE
Sergio Troisi
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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