Trenatrè dagli altari, trentatrè da dietro le grate di un convento di clausura: l'ospedale degli Incurabili è un luogo vegliato ai massimi livelli da questo mondo e da quell'Altro. Oggi questo luogo magico e stupendo, frutto di secoli di fede cristiana e coraggio, nato nel 1520 da una processione epica di nobili e sifilitici pezzenti capeggiati da una piccola suora, teatro di miracoli e battaglie di popolo, albergo di scuole per giovani, dispensatorio di medicine per i poveri, rifugio di ogni donna incinta, sposata, nubile, straniera che fosse, oggi questo posto è ancora un ospedale. Con i suoi trentatrè medici-santi in cielo, con le sue trentatrè suore di clausura che il Papa, secoli fa, volle assegnargli perché pregassero, in ogni tempo, per gli Incurabili e solo per gli Incurabili. (Disse, non una monaca più di trentatrè). Oggi, in più, gli Incurabili hanno l'amministrazione pubblica. E, in fondo, non si può fare una colpa al groviglio delle competenze di essere inadatte, come un vestito malriuscito, ad un corpo poco classificabile come l'ospedale degli Incurabili. Sta di fatto che ben tre compentenze, ad esempio, oggi sigillano uno dei segreti di questo ospedale. Uno e non l'unico. Ma visto che elencarli tutti richiederebbe forse un libro, ne sveliamo uno. Quello della sua farmacia, nascosta oggi in cima ad un doppio scalone di marmo inaccessibile per la doppia fila di auto parcheggiate. La chiave di questo luogo foderato di legno prezioso e sovrastato dalla doppia allegoria laminata in oro zecchino del parto naturale e di quello cesareo, pesa un chilo ed è di ferro. Perché salti fuori, in teoria, occorre l'accordo di tre enti più un'autorità amministrativa. Comune, Asl e Sovrintendenza hanno, infatti, diverse competenze sulle mura, sulla manutenzione, sulla protezione. Una parola sulla sua apertura la può dire anche il direttore sanitario degli Incurabili, Luigi De Paola. Ma l'accesso a questo posto di meraviglie è una scommessa che non sempre riesce. Quando il custode, quinta autorità in campo, coglie il frutto della mediazione e si presenta con la chiave, il portone di sinistra si apre su qualche cosa che non ci si aspetta. Il professor Raffaele Rossiello, che ci guida, di competenze burocratiche non ne ha: ma di questo posto conosce ogni piega, della sua conservazione ha fatto una questione di principio. Per prima cosa ti mostra il tavolo da corte spagnola, ricavato da un unico tronco, che accoglie chi entra: «Qua dietro - dice - si distribuivano gratis erbe e specialità medicinali. Il povero, dal '600, qui non era abbandonato». Un servizio che volle la fondatrice, la piccola suora della processione di malati e deformi, Maria Lorenza Longo.Come volle che questa farmacia, come tutto l'ospedale, si attrezzasse per ogni necessità della donna gravida. Ed infatti nord e sud di questa farmacia, le cui pareti sono incastonate da scaffali e vasi di porcellana dipinta a perdita d'occhio, sono due ciclopici uteri laminati d'oro. Scioccanti oggi -uno addirittura è ricucito al centro come dopo un cesareo - sono stati disegnati e realizzati più di quattrocento anni fa. Servono ad indicare agli studiosi che si sono accapigliati fra conservatori ed innovatori sotto le volte dipinte della farmacia, la missione dell'istituzione: la maternità. E la carne che la custodisce, l'utero. Non fu Maria Longo la sola piccola suora a costruire la filosofia di questa farmacia. Una lunga storia di donne molto poco convenzionali e con il velo da suora, stanno dietro a questa farmacia dove non si negavano medicine a nessuno e l'utero si chiamava con il suo nome e reclamava, come dovute, cure e studio. Non è un caso che sempre questa farmacia, fra le cento tele accatastate contro le pareti dei locali posteriori, ne abbia una appesa dove l'occhio di chi entra non può non posarsi: una Madonna con il Bambinello attaccato al seno. Una raffigurazione insolita di Maria, ma del tutto in linea con la filosofia, anche odierna di un ospedale che, fra guerre, rivolte di pazzi, terremoti ha anche sfiorato la chiusura. Tre volte. Trentatrè santi. Trentatrè suore. Tre minacce di chiusura. C'è chi dice che i numeri, ritornando, parlino. Qui, agli Incurabili aggiungono un altro «tre» alla storia della struttura; «tre decessi di amministratori, quelli che avrebbero voluto chiudere la struttura». In questo posto dove gli infermieri sono convinti che san Giuseppe Moscati torni di notte fra i suoi bambini ricoverati, dicono non sia un caso. Ma questa è un'altra delle tante storie degli Incurabili.