Sarà il futuro a salvare il passato. E anche i soldi della tecnologia americana si metteranno al servizio dell'archeologia italiana. L'annuncio è dei ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, che ha concesso un'intervista a L'eco in occasione della sua visita a Bergamo, venerdì, «Proprio ieri [giovedì, ndr.) - spiega il ministro - mi ha telefonato un grande mecenate americano, azionista di una delle maggiori aziende informatiche del mondo, la Hewlett-Packard. Ha confermato la sua disponibilità a un importante investimento per la valorizzazione di Ercolano». Ercolano? «Sì, Ercolano è considerala un po' il parente povero di Pompei. Tutti guardano a Pompei e si dimenticano delle cose favolose che ha Ercolano. Grazie a questo finanziamento, lo Stato avvierà un grande progetto che farà di Ercolano una protagonista assoluta del patrimonio artistico italiano». Dopo il piano che utilizza i proventi del gioco del Lotto (che dispone di 456 milioni di euro da spendere in tre anni per i restauri), e il Fondo unico per lo spettacolo (623 milioni di euro per teatro, musica e cinema), adesso anche i mecenati americani. Signor ministro, la cultura in Italia ha finito di fare le nozze con i fichi secchi? «Credo di sì. I mecenati hanno un ritorno d'immagine, è evidente, ma ben venga il loro contributo. È decisivo come il finanziamento pubblico. La novità più importante, in questo caso, è il valore aggiunto derivato dai proventi del 3 per cento sulle infrastrutture, che vanno a confluire nella nuova società che abbiamo creato, Arcus: Società per lo sviluppo dell'arte cultura e spettacolo». Quanti soldi gestirà? «Quest'anno l'ordine di grandezza è un po' meno dei 60 milioni di euro, l'anno prossimo diventeranno 150, poi 250. La cosa bella è che non sono soldi dello Stato. È un tre per cento sugli investimenti che i privati fanno sul Project financing. Uno vuol fare il Ponte di Messina? Bene, sappia che il tre per cento dell'investimento lo destinerà alla valorizzazione della cultura». Il piano di investimenti per i teatri ha già riscosso molti consensi. «Abbiamo puntato molto sulla ristrutturazione, o addirittura sul rifacimento ex novo, di alcuni teatri classici importanti, che sono la bandiera della lirica italiana: la Scala di Milano, la Fenice di Venezia e il Petruzzelli di Bari». C'è anche il nostro Donizetti... 'Si. e ne sono molto contento, il Donizetti è la quarta delle bandiere di cui parlavo prima. Adesso naturalmente dobbiamo chiudere il problema della disponibilità finanziaria nell'aiuto a Comune e sponsor. Ma avendo inserito i fondi che mancavano tra le risorse disponibili dai ricavi del gioco del Lotto nel triennio prossimo, il problema è risolto. Adesso occorre avviare le procedure per i progetti d'intervento». Noi bergamaschi ci teniamo tanto. È un po' il simbolo della città. «Anch'io: qualche anno fa avevo partecipato al convegno della Società Dante Alighieri, proprio al Donizetti, e devo dire che c'ero rimasto male. Perché alcune parti del teatro sono a posto, le parti strutturali soprattutto: però altre sono veramente degradate, a cominciare dalla facciata, Non si può tenere un teatro come il Donizetti in queste condizioni: quindi aiutiamo Bergamo con vero piacere». Noi abbiamo un altro teatro, il Teatro Sociale, in Città Alta, che avrebbe bisogno di un intervento di recupero. «Non lo conosco. È chiuso?» È usato solo per mostre temporanee. Ormai teatro e musica sono off-limits da decenni. La prossima volta che vengo a Bergamo andrò a fare un sopralluogo. Lo inserisco nei miei impegni». Signor ministro, è soddisfatto di quello che è riuscito a fare in questi tre anni di governo? «Sì. Soprattutto perché credo di aver fatto molto, Basta controllare il sito internet del Ministero per rendersene conto. In tre anni abbiamo fatto più di quello che era stato fatto complessivamente nei quarant'anni precedenti. Può sembrare una guasconata, ma basta pensarci un secondo e si capisce subito il perché. Mediamente, in passato, i governi duravano dieci mesi. Un ministro, anche se di altissima levatura, sapendo che stava in carica dicci mesi, non provava nemmeno a fare quello che ho provato a fare io». È per questo che avete tentato anche riforme strutturali? «Abbiamo messo mano anche alla riforma del ministero. Serviva una sistemazione organica. Avendo tre grandi competenze - le belle arti, lo spettacolo, lo sport -ci siamo divisi in tre dipartimenti e ne abbiamo creato un quarto, che è il primissimo nella storia della pubblica amministrazione: un dipartimento di ricerca e innovazione. Praticamente, svolge attività di servizio per gli altri tre. Penso al cinema, per esempio. Abbiamo avviato un piano di restauro delle pellicole più vecchie, il cinema italiano è pieno di roba che, se non la restauriamo in tempo, la perderemo per sempre». La cultura italiana è un patrimonio del mondo. «Dobbiamo impalare a ragionare in questi termini, Se, per fare un esempio, formiamo dei restauratori, dobbiamo pensare che tutto il mondo ci chiede di collaborare ai loro restauri. dall'Iran all'Iraq, dalle Piramidi a Pechino. Senza contare il valore aggiunta di queste collaborazioni. Così diffondiamo il "marchio Italia"». Avete varato il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Un testo unico di 184 articoli: quali sono gli obiettivi prioritari in materia? «Finalmente una miglior tutela del paesaggio, perché in questi ultimi trent'anni...» Lo stavamo buttando via... «Non solo, ma avevamo talmente sminuzzato le competenze che una vera e unitaria tutela del paesaggio non c'era più, Abbiamo rimesso insieme i cocci con uno strumento rivoluzionario. Nel codice c'è scritto che da adesso in poi la pianificazione paesaggistica si basa sulla pianificazione urbanistica, quindi uno fa i piani urbanistici in quanto compatibili col paesaggio. L'altra cosa importante è che abbiamo rimesso insieme le competenze in termini di collaborazione fra Stato, Regioni e Province e Comuni e Comunità montane. Spesso e volentieri, non solo non si parlavano, ma si bloccavano a vicenda». Abbiamo un paesaggio asfaltato... «Arrivando buoni ultimi in Europa nel dotarci di una legge sulla qualità architettonica, abbiamo anche il vantaggio di aver fatto una legge all'avanguardia, utilizzando molto i nostri architetti che lavorano all'estero. Questa"legge l'abbiamo fatta sentendo i Piano, i Gregotti, ed è una buona legge, ne siamo soddisfatti» Come pensa di conciliare l'idea della tutela paesaggistica con la filosofia del condono? «Io mi ero battuto abbastanza contro il condono, perché i condoni sono sempre misure che si fanno per disperazione. In questa legge sono riuscito a far passare due cardini importanti; primo, la zona protetta. In tutte le zone che sono protette da vincoli paesaggistici il condono non può scattare. Il secondo cardine è il principio della demolizione: purtroppo le competenze sono totalmente dei Comuni, e i Comuni sono deboli rispetto alle prospettive di demolizione, anche perché demolire costa meno di costruire, è vero, ma ha comunque un costo. Però ci muoveremo. Offriremo ulteriori incentivi agli enti locali.. Signor ministro, ha nostalgia di Sgarbi? «No»,