Non è un addio qualsiasi quello di Adriano La Regina. È in carriera da quarant'anni e per ventotto ha guidato la Soprintendenza archeologica di Roma, la più importante della penisola, quella maggiormente sottoposta agli strali di poteri vecchi e nuovi. Lascia, come si dice tecnicamente, per sopraggiunti limiti di età. Insomma va in pensione e in molti tireranno un sospiro di sollievo. Adriano La Regina è amatissi-mo e odiatissimo tanto da essere soprannominato "il signor no" per i numerosi veti che ha opposto alle richieste di sindaci e costruttori, per aver accelerato o fermato lavori di ristrutturazione o parcheggi giubilari. E non se ne va in silenzio. È sugli allori Walter Veltroni per come ha operato sia come ministro sia come sindaco di Roma. Ma non ha dimenticato gli scontri con Francesco Rutelli, quando il leader della Margherita era primo cittadino della capitale, o con l'ex ministro Giovanna Melandri. E non salva il governo di centrodestra o il ministro Giuliano Urbani, di cui critica il nuovo codice dei beni culturali. Sono dardi che Adriano La Regina, che ufficialmente lascerà l'incarico il 31 agosto, scocca dall'alto del Colosseo, dove sta preparando l'ultima mostra da soprintendente, una mostra che presenta un progetto di riassetto di tutta la zona dei Fori Imperiali firmato dall'architetto Massimiliano Fuksas e dalla moglie Doriana Mandrelli (vedi box). L'esposizione ha un titolo, «Forma. La città moderna e il suo passato», che idealmente si ricollega a quelle realizzate nella prima metà degli anni Ottanta, ai contributi di architetti come Vittorio Gregotti, Leonardo Benevolo, Francesco Scoppola e vuoi riaccendere le luci intorno all' area archeologica centrale, quella del Foro Romano e dei Mercati di Traiano, ammirata, visitata da milioni di persone. Questo, ribadisce come in passato Adriano La Regina, «è uno dei problemi più importanti di Roma. Il perché? L'archeologia ha contribuito in maniera determinante a disegnare l'immagine sempre mutevole della città. Le antichità non sono un qualcosa di ininfluente nella trasformazione del paesaggio urbano. Le scoperte sono ogni volta un nuovo elemento della forma e al contempo alimentano nuove letture dell'arte antica». Questa è una teoria che lei applica attraverso il progetto in mostra? Prevede lo scavo totale, l'unione delle aree ora divise da via dei Fori Imperiali... «È un progetto che nasce nel 1981, quando prospettammo lo scavo totale dell'area. Quello odierno vuol superare l'attuale situazione, abbastanza casuale, che impedisce di comprendere com1 erano i Fori. È una soluzione razionale con una proposta architettonica di qualità, che a me sembra bella. Nessuno ovviamente può ipotecare il futuro. Ma il progetto permette di non modificare l'immagine esterna e di visitare gli scavi». Negli anni lei ha riallestito musei archeologici come il Museo nazionale romano o palazzo Altemps, ha riaperto la Domus Aurea o il Museo Palatino. Il progetto in mostra è la sua eredità? «Dei Fori Imperiali si è discusso a lungo. Negli anni Ottanta divenne un tema di dibattito politico. Poi il silenzio. Nel tempo è stato fatto qualche passo in avanti, sono state scavate e riscoperte delle parti antiche. Ma il problema generale è rimasto irrisolto e in parte è caduto nel dimenticato. È il momento di riaprire la discussione. È anche questo il senso del progetto». In questo dibattito ora si è inserito anche il nuovo Codice dei beni cui turali varato da Urbani. L'archeologia è più tutelata o nulla cambia? «Parafrasando un grande professore dico che nel nuovo codice c'è qualcosa di nuovo e c'è qualcosa di buono. Peccato che il nuovo non sia buono e il buono non sia nuovo. In gran parte è una ripresa di principi consolidati ma dove ci sono stati dei ritocchi c'è stato, volutamente, un indebolimento fortissimo delle nostre strutture per la tutela e la gestione del patrimonio. Hanno tolto gli strumenti di intervento. Porre un vincolo, cioè il riconoscimento di notevole interesse storico e artistico di un bene, è quasi impossibile. Occorre un consesso di soprintendenti, non c'è più chiarezza. Si affossa attraverso le procedure, lunghissime e fumose. Questo è un codice dove è importante la possibile alienazione dei beni, dove c'è spesso un ribaltamento dei principi. Si cerca di spuntare gli strumenti di tu tela». Lei ne ha fatto uso e per questo è stato soprannominato il "signor no". Ha avuto molte pressioni nel corso del suo mandato? «Ho ricevuto molte pressioni. Il periodo più difficile è stato quello degli anni Ottanta, quando erano al potere i socialisti. Poi Francesco Rutelli quand'era sindaco rilasciò pesanti dichiarazioni contro di me dicendo che volevo vincolare diecimila ettari dell'Appia Antica, cercando di mettermi in cattiva luce. Sono state vere aggressioni verbali. La mia carriera è stata bloccata. Non sono mai stati buoni i rapporti con il ministro Giovanna Melandri, che era vicina a Rutelli. In precedenza ricordo Carraro, che voleva costruire grattacieli nella zona di Centocelle. È stato invece ben diverso il lavoro con sindaci come Petroselli, Argan, Vetere, Veltroni, capaci di comprendere i problemi del patrimonio romano». Ha avuto problemi anche con il Vaticano per il parcheggio del Gianicol o... «In realtà per il parcheggio del Gianicolo nulla può essere addebitato al Vaticano. Il problema è tutto italiano. In quella zona il Vaticano ha dei privilegi: è esonerato dal richiedere permessi. Il progetto era degli anni Novanta ed era stato bocciato dalla Soprintendenza. È entrato nel pacchetto Giubileo, ma la città di Roma e lo Stato dovevano sottostare alle procedure. Furono saltate. Quando poi si cominciò a costruire la rampa fu sventrato un edificio antico, con belle pitture romane. Ci furono interventi di Rutelli, Bertolaso, della Presidenza del consiglio e fu addirittura emanato un decreto. Furono segate le mura dell'edificio dicendo che potevano esser rimontate dopo il Giubileo quando avrebbero dovuto riprendere gli scavi... Abbiamo, in generale, una classe dirigente penosa. L'Italia meriterebbe molto di più». Ha dei rimpianti, c'è qualcosa che non è riuscito a fare? «Non ho rimpianti. Molte co -se sono state fatte ma è sempre poco rispetto a quello che si dovrebbe fare. Constato amaramente che oggi nelle sedi di responsabilità governativa non v' è consapevo lezza del valore del patrimonio archeologico. Sono infastiditi dalla necessità di doverlo gestire, vogliono sbarazzarsene o farle rendere, come dicono. Non è per caso se ora vogliono far nascere le Fondazioni o cose simili... Ma questo povero patrimonio con i flussi turistici che ci sono non può dare di più. Ormai lo stiamo spremendo troppo, anche nelle immagini. Lo stiamo logorando e sminuendo con usi impropri. Siamo alla mercificazione più spudorata. Non era mai capitato nella storia del Regno d'Italia e della Repubblica».