Agnelli. Montanelli. Letta. Profumo. Rutelli. Urbani. Bondi. La fondatrice del Fai racconta politici e imprenditori. Ha lasciato la guida della sua creatura ma non rinuncia al suo inesauribile attivismo colloquio con giulia maria crespi Fuoco tranquillo nel camino, il can pastore sbadiglia. Fuori è pioggia cupa. Due nipoti con la treccia bionda appendono stelline d'oro, in tavola le candele rosse dell'Avvento. Giulia Maria Crespi ha un golfino verde oliva, una collana di giada, e stupendi calzettoni di lana rossa come poteva averli Jackie Kennedy in un freddo Capodanno a Hyannis Port. Come ogni anno sta scrivendo per le nipoti una scenetta per la recita di Natale. Scatta in piedi dal divano come se avesse vent'anni. È la prima domenica in campagna, alla Zelata nel parco del Ticino, da quando ha lasciato la presidenza del Fondo per l'ambiente italiano da lei fondato 34 anni fa, nelle mani di Ilaria Buitoni Borletti. A tavola una dozzina di persone, la più giovane ha 11 anni, il più anziano 94. Brodino, risotto integrale, anatra in casseruola, verdure bio, apple crumble, vino nobile di Montepulciano. Conversazione: la musicalità del tedesco, l'infuso di zenzero, la scuola steineriana, Rutelli e Veltroni (vizi e virtù), gli amici industriali Rocca in Argentina, un bel romanzo inglese da mandare a Roberto Calasso dell'Adelphi che lo ignorerà "come le altre volte", il declino dell'etica pubblica, un certo quadro di Burri, un antipatico incidente con Letizia Moratti, l'ex prefetto Bruno Ferrante che lavora per Ligresti... La borghesia illuminata è scomparsa? Non ancora. Non qui. Dopo pranzo, nello studiolo. Semplicità francescana. Testimoniano amici che già a un pranzo nel 2003, mancato Giovanni Agnelli, Giulia Maria chiese a Franzo Grande Stevens, l'avvocato dell'Avvocato, se secondo lui dovesse passare il testimone del Fai. Stevens le disse: sì, ci pensi subito, è importante. La neo presidente onoraria conferma: "Ci pensavo da almeno dieci anni". Non sarà un caso che abbia scelto una donna. "No", risponde pronta: "Non c'entra nulla. Ho scelto Ilaria per merito. Io non sono mai stata femminista. Ho lavorato sempre, so com'è difficile coniugare figli e lavoro, e senz'altro ho fatto sbagli. È un caso che mi succeda una donna. Bisogna saper leggere ciò che ti accade nella vita". Giulia Maria era amica del padre, 'Micio' Borletti, erede Rinascente, morto a cavallo; lei la conosceva da giovane e l'ha riscoperta in un convegno ad Assisi. Curioso che Ilaria BB abbia lavorato con Susanna Agnelli, senatrice repubblicana. Gli Agnelli hanno avuto più di un contatto col Fai. "Non tanto Susanna", risponde Giulia Maria, e forse anche l'Avvocato era distratto da troppe cose. Ma sua moglie Marella sì. È stata a lungo presidente dei '200 del Fai', grandi famiglie, benefattori. "Quanti soldi mi ha spremuto Giulia Maria", lo hanno detto in tanti. "Con Gianni Agnelli ho avuto trascorsi sul 'Corriere' di cui non voglio parlare; lo farò nelle memorie che intendo scrivere. Ma, grazie a Marella, la Fiat, e il Crt, hanno contribuito molto all'acquisto del castello di Masino, l'unica proprietà che il Fai abbia comprato, dai Valperga. Gianni ci andava a giocare da bambino. I restauri a oggi ammontano a 13 milioni di euro". Si parla un po' di vecchi amici repubblicani. Vittorio Olcese, che ha lasciato al Fai la cinquecentesca Villa dei Vescovi nel Padovano. I La Malfa, padre e figlio. Anche Giovanni Spadolini ("A cui ho voluto bene, checché ne abbiano scritto"; intende Montanelli, dopo che Spadolini fu sostituito al 'Corriere' con Piero Ottone). Tanti amici, negli anni, ha avuto il Fai, e qualche nemico. Ad ampio raggio. "Certo. Il Fai non è un organo politico, e dialoga con tutte le forze della società. Perché l'Italia è di tutti, la bellezza, l'arte, il paesaggio. Anche l'Italia di domani". A Roma Giulia Maria ha sempre avuto una forte sponda in Gianni Letta, l'uomo del nuovo potere. "È vero. Gli sono molto grata. Mi ha chiamato l'altro giorno, per farmi gli auguri. Anche Ciampi", aggiunge. Poi dice: "Letta è una persona che capisce". Non una parola sull'altro dottore, quello sopra Letta. E i banchieri? Con loro Giulia Maria è stata un'artista nello spillar denari per la buona causa: oggi una trentina di proprietà, quasi 80 mila aderenti, 3 mila volontari, 110 delegazioni. Lei dice: "Un lavoro di gruppo, mettiamolo in chiaro". I banchieri amici, si diceva. Non vorrebbe fare nomi, poi ne saltan fuori tre. Uno è Giovanni Bazoli (testé cooptato nel comitato dei garanti del Fai, con Gustavo Zagrebelsky, Ezio Antonini, Guido Peregalli e Luca Paravicini, figlio di Giulia Maria); l'altro è Giuseppe Guzzetti, il supercattolico della Cariplo; poi Alessandro Profumo di Unicredit. "Profumo ci ha aiutati molto per Villa Gregoriana. Abbiamo anche piantato un cipresso insieme". Per Villa Gregoriana a Tivoli è il Fai a pagare all'Agenzia del Demanio una concessione da 15 mila euro l'anno ("Stranezze all'italiana"). "Però che passeggiata, all'inaugurazione, con Ciampi e donna Franca. Se penso cos'era, prima, la villa...". Lei serra le palpebre, segno di fastidio in un tipo di donna che non perde la flemma, per citare uno scrittore tedesco, nemmeno quando all'uscio si affaccia "un negro accompagnato da tre russi". Un orrore, dice: "Villa Gregoriana era una discarica, una pattumiera. Abbiamo portato a spalle, a spalle, dico, lavatrici, biciclette, mobili sfondati. Oggi è una risorsa per il turismo nel Lazio". E i ministri dei Beni culturali? Tanti ne ha conosciuti. Chi l'ha delusa? "Delusa, direi tutti". Assai dura. "Nessuno ha fatto abbastanza, e abbastanza a fondo. Mai davvero promosse le soprintendenze, mai dotate di veri strumenti per diventare i guardiani del paesaggio e dei beni artistici. Mai fatto concorsi. Al contrario, le hanno fatte languire. Ho nostalgia della legge Bottai". Davvero? "La legge Bottai sulle soprintendenze era ottima, ce la invidiavano direttori di musei di mezza Europa". I vari ministri, dice, "non hanno allontanato alcuni pessimi soprintendenti, né spalleggiato quelli eroici. I Beni culturali sono rimasti un ministero di serie C". Qualcuno salverà pure. Chi ha "lavorato meglio", dice, sono i tre nell'era Prodi: Veltroni, Melandri, Rutelli. S'intuisce che la signora ha stimato Veltroni più come sindaco di Roma e ministro che come leader del Pd. Rivaluta la Melandri, "poco considerata", racconta di come l'aiutò a sventare un micidiale parcheggio sotto la cattedrale di Massa Marittima, spalleggiata dallo scrittore Pietro Citati, bloccando il progetto già approvato dal Comune e dalla Soprintendenza. Loda il Rutelli ministro per come difese la Val d'Orcia dalle speculazioni edilizie. Loda il sindaco di Mantova, Fiorenza Brioni, che seppe affrontare lottizzatori aggressivi. "Ricorderò sempre come nel Castello di San Giorgio incontrai altri sovrintendenti che non avevano cellulari, né benzina, né computer decenti: e questo in Lombardia!". Non cita Alberto Ronchey: strano. Per i giornalisti la signora Fai ha sempre avuto simpatie. Ottone, Giovanni Russo, Paolo Murialdi, Alfredo Todisco. Eugenio Scalfari che ogni estate va a trovarla a Cala Trana, la sua grande tenuta in Gallura, da Porto Rafael. Qualche parola positiva sul codice Urbani dei Beni culturali e del paesaggio (Giuliano Urbani, il politologo di Forza Italia fatto ministro controvoglia e tormentato da un Vittorio Sgarbi livido d'invidia). E uno schiaffetto all'attuale Sandro Bondi: "Il Codice Urbani doveva entrare in vigore nel 2008, ma Bondi prese tempo. Andai da lui nell'estate 2008, lo promise per gennaio 2009, poi mi diede la parola d'onore per giugno. Tengo molto all'articolo 146 che introduce il parere preventivo e vincolante del soprintendente nel rilascio dell'autorizzazione paesistica. Le Regioni non vogliono che entri in vigore, ma io dico: che succede se ogni Regione si fa la sua politica ambientale?". Giulia Maria è "arrabbiatissima" con i Verdi. Un partito che sta svanendo, "dilaniato dalle beghe interne". Giudizio spietato: "Si sono occupati di mille cose, dall'accanimento terapeutico ai transessuali, disperdendosi. Non hanno capito niente. Hanno una responsabilità gravissima". Una prece per Italia Nostra, di cui fu tra i primi animatori: "Mi auguro che si riprenda". E qui le torna in mente Montanelli, a cui negli anni Sessanta chiese di occuparsi del declino di Venezia per il 'Corriere': "Prima non voleva, poi si appassionò. Ne uscì una serie di inchieste di grande successo, lui stesso se ne stupì. Vorrei anche dire che il 'Corriere' di Ottone, che aveva scoperto i temi ambientali, vendeva un milione di copie". Altri tempi, non vale. Con Indro non fece mai la pace? "Mai. Peccato". La signora non si ferma. È stata a trovare Gianfranco Fini a Roma, facendo molte domande. Ha incontrato Fabio Granata, frondista ormai famoso. È scioccata per la sconfitta dell'ambientalista Renato Soru in Sardegna, e per "quello nuovo", sì, il Cappellacci, che permetterà di lottizzare nella fascia protetta entro i 300 metri dal mare. "Un disastro! Vadano a Marbella a studiare il disastro!".Tutto il Sud la inquieta. Lei resta in trincea, con una minacciosa "delega alle questioni ambientali". Alla sua bella età continuerà a premere, proporre, martellare. "Lo so. Mi definisco io stessa una gran rompiballe. Ma voglio professionalizzare il settore ambiente del Fai. Perché l'Italia, anche se il cemento è aumentato a dismisura, dal 1960 quando scoprii la parola ecologia, è ancora il Paese più bello d'Europa. E la coscienza ambientale è cresciuta. Più dell'etica civile. Purtroppo". n