S'inaugura oggi alle 12 al Museo Diocesano di Napoli (largo Donnaregina) la mostra «Il Crocifisso di Santo Spirito»: a Napoli il capolavoro di Michelangelo conservato nel complesso monumentale fiorentino. Alla fine, dopo il clamoroso stop di settembre comunicato solo quando l'inaugurazione era ormai annunciata sul sito del Museo Diocesano, il vero Crocifisso di Michelangelo arriva a Napoli, chiamato a sostenere l'insostenibile attribuzione del Crocifisso appena acquistato dallo Stato, e parcheggiato da mesi a Donnaregina. E ciò accade nonostante la contrarietà degli agostiniani di Santo Spirito a Firenze, che custodiscono l'autentico Buonarroti, e nonostante i gravi dubbi circa il valore culturale e morale dell'operazione nutriti dalla stragrande maggioranza degli storici dell'arte. Né il ministro Bondi né la Soprintendenza di Firenze hanno voluto rispondere pubblicamente a queste obiezioni: e ora giunge la decisione di proseguire come se nulla fosse. Si tratta di una risposta molto chiara, ma anche molto arrogante: da un governo democratico e da funzionari statali, che utilizzano denaro pubblico e dispongono della sorte di capolavori altrettanto pubblici, ci si aspetterebbe una ben maggiore inclinazione ad un trasparente confronto culturale. Naturalmente, nella concessione del prestito del Michelangelo hanno molto pesato il disinvolto e pragmatico ripensamento del sindaco di Firenze (il quale ha preferito non contrariare Sandro Bondi, dal quale aspetta una legge speciale per la propria città) e la indiscutibile tenacia di Crescenzio Sepe. Il cardinale ha fatto sapere in diverse occasioni che lo scopo della discesa a Napoli dell'opera fiorentina non è tanto scientifico («non è questo che importa»), quanto pastorale («il crocifisso di Michelangelo (...) è un modo diretto per parlare del mistero di Cristo morto in Croce»). Ma Sepe è anche membro di quella Conferenza episcopale italiana che, contestando la sentenza della Corte europea sulla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, ha appena dichiarato che la rappresentazione di Cristo in croce «non è solo simbolo religioso, ma anche segno culturale». Ora, non è un po' troppo comodo affermare che il crocifisso è un segno culturale quando si tratta di imporlo nei luoghi dello Stato laico, e invece sostenere che è un simbolo sacro quando si tratta di superare le cospicue riserve culturali relative ad una mostra? La doppia identità, religiosa ed estetica, di gran parte del patrimonio artistico italiano è un nodo assai importante e complesso, e dubito che per affrontarlo giovi strumentalizzarne, a seconda della convenienza, ora una identità, ora l'altra. Nel caso specifico: se si tratta dell'esposizione di un Michelangelo, essa dovrebbe essere organizzata e guidata non da un vescovo, ma da un comitato scientifico di storici dell'arte specialisti di scultura rinascimentale. Se invece siamo di fronte ad una iniziativa pastorale cattolica, è giusto che essa venga messa in atto mobilitando un importantissimo capolavoro che appartiene a tutti gli italiani, siano essi cristiani, atei o appartenenti a una qualunque altra fede religiosa? A difesa del cardinale Sepe, bisogna tuttavia dire che egli ha saputo captare con straordinaria tempestività l'aura latamente religiosa che caratterizza una delle più recenti evoluzioni del sistema delle mostre. Si tratta, a dire il vero, di un'involuzione: quella che si riduce all'esposizione (o, per dir meglio, all'ostensione) di un pezzo singolo di autore celeberrimo. In tempi di crisi economica e di selvaggio sfruttamento dell'eredità culturale, si capisce che abbia grande successo un format che, grazie al basso costo e alle folle che richiama, garantisce cospicui ritorni non solo di immagine. In questi giorni si consuma a Milano l'ennesimo evento del genere: l'esibizione del San Giovanni Battista di Leonardo, del Louvre. La campagna stampa (in gran parte a pagamento) che enfatizza l'ambiguità sessuale del giovane raffigurato rivela come gli organizzatori si propongano di cavalcare, senza alcun ritegno, l'effetto Codice da Vinci . Ma si potrebbero citare diecine di altri casi recenti, a partire dalla deportazione alla Fiera campionaria di Milano di quel David di Donatello che Sepe aveva provato a portare anche a Napoli. Si tratta di una degenerazione estrema della mostra blockbuster : rinunciando a ricostruire un contesto figurativo e rivolgendosi solo ai capolavori dei pochissimi, sommi artisti noti al grandissimo pubblico, l'esposizione del trofeo isolato confessa di rinunciare anche ad ogni legittimazione culturale. La matrice di tali eventi va piuttosto cercata nell'ambito del sacro: nell'ostensione dell'immagine miracolosa, del corpo santo, della reliquia o della madonna pellegrina. Lo scopo non è più quello di aumentare la conoscenza, ma quello di favorire il contatto con un oggetto taumaturgico. Ci si può stupire che il frutto dell'incontro, prerazionale e destoricizzato, con queste povere opere ridotte a feticci non siano i miracoli di civilizzazione decantati dai promotori, ma un ulteriore avanzamento della desertificazione culturale? Professore di Storia dell'arte moderna Università Federico II
Da oggi il Crocifisso di Santo Spirito. Eccolo, il vero Michelangelo
Oggi si apre al Museo Diocesano di Napoli la mostra "Il Crocifisso di Santo Spirito: a Napoli il capolavoro di Michelangelo conservato nel complesso monumentale fiorentino". La mostra è stata organizzata nonostante le contrarietà degli agostiniani di Santo Spirito a Firenze, che custodiscono l'autentico Michelangelo, e nonostante i gravi dubbi circa il valore culturale e morale dell'operazione. Il sindaco di Firenze ha preferito non contrariare il ministro Bondi, dal quale aspetta una legge speciale per la propria città. Il cardinale Crescenzio Sepe ha fatto sapere che lo scopo della discesa a Napoli dell'opera fiorentina non è tanto scientifico, quanto pastorale.
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