Sorridenti Balilla con il fucile di legno, fascisti della prima ora in corso Venezia, picconi risanatori che demoliscono tuguri, cantieri in piazza San Babila, «vedette d'officina» della Marelli, l'autotreno per raccogliere il grano falciato sul sagrato del Duomo, gite propagandistiche di bellezze in bicicletta, ciliegiate di proletari col vestito della festa. Il fascismo, nato in piazza San Sepolcro nel 1919, aveva fatto di Milano il fiore all'occhiello della sua furia risanatrice. Sotto Mussolini, fu tutto un fiorire di opere firmate da grandi architetti e realizzate in breve tempo. Opere che ancora oggi segnano e bisogna ammettere più nel bene che nel male la città. Alla rinfusa: la Stazione Centrale di Ulisse Stacchini, il Palazzo di Giustizia di Marcello Piacentini, il Palazzo dell'Arte e quello dei Giornali di Giovanni Muzio, la Casa Rustici dei razionalisti Lingeri e Terragni. Il fascismo portò anche a termine ciò che oggi, con qualche ragione, viene giudicato uno scempio: la copertura dei Navigli, che uccise l'anima acquatica di Milano, vista come una seconda e sorprendente Venezia nei taccuini di molti viaggiatori. Quella città in mutamento, ma mutare pelle è destino di una metropoli viva che si pensa motore e cuore dell'intero Paese, è ben descritta dalle circa 100 fotografie di «Milano nel Ventennio», volume edito da Carte Scoperte, a cura di Gianni e Maurizio Maiotti, con informatissima prefazione di Ambrogio Borsani, appena arrivato in libreria (110 pagine, 34,50 euro). Le foto, bellissime, sono tutte inedite. Documentano non solo le «fredde» architetture, ma la vita dei cittadini nei lunghi anni che precedettero la tragedia della guerra. Anni faticosi, dove sotto l'apparenza spensierata di narcisate e tuffi nelle moderne piscine volute dal regime, soffiava il vento lugubre di una dittatura spietata. Ma anni da guardare: chi c'era con l'inevitabile nostalgia che porta lo sguardo all'indietro, chi come noi non c'era per vedere un film lontano e trovarne flebili tracce nel presente.