Paolucci: ben venga il commissariamento. I «dissidenti»: no, è una sconfitta Una storia tutta italiana. Dall'inizio, con gli annunci trionfali e azzardati dei vari ministri ai Beni culturali che si sono succeduti negli ultimi dieci anni; alla fine, visto il classico epilogo del copione made in Italy : stravolto dagli attriti tra i funzionari fiorentini dissidenti e i dirigenti romani del ministero. Dalle sorprese che stanno dietro a ogni restauro e dalle gare di appalto che, anche per un museo come quello degli Uffizi, in Italia si fanno al massimo dei massimi del ribasso. Scontato dunque l'epilogo: il commissariamento. Senza andare troppo indietro nel tempo, perché dei Nuovi Uffizi se ne parla da 50 anni anche se un'idea di restauro e ampliamento c'era già a fine '800 si può partire dal 1997, quando il ministro Walter Veltroni annunciò che i Grandi Uffizi (all'epoca il progetto si chiamava ancora come quello che nel '65 l'ex soprintendente Nello Bemporad presentò al ministero con l'entusiasmo di una Italia in pieno boom economico e di turismo di massa) disse: «Entro il 2000 il nuovo museo». Poi toccò a Giuliano Urbani firmare il progetto esecutivo figlio delle linee di indirizzo partorite dalla commissione di studio voluta dall'ex ministro e soprintendente Antonio Paolucci. Era il 24 febbraio del 2004: «I Nuovi Uffizi saranno pronti entro la metà del 2007», disse. Quasi tre anni dopo siamo, forse, giunti all'epilogo della storia italiana. Nel 2011 dovrebbe essere terminato il primo lotto e nel 2012, per l'anno Vespucciano, il ministero e Palazzo Vecchio sperano di avere i Nuovi Uffizi finiti e chiavi in mano. Questa, salvo clamorose sorprese, è una certezza. Costi finali a parte, perché anche tra «i funzionari dissidenti» fiorentini tirati in ballo da Roma come uno dei motivi che hanno indotto il ministro a nominare commissario Elisabetta Fabbri c'è la sicurezza che ora i lavori andranno avanti spediti e ci saranno più risorse: «I costi ora potranno aumentare (lo stanziamento iniziale era ed è di 49 milioni di euro, ndr ) com'è successo con il Petruzzelli di Bari, la Fenice di Venezia o la Scala di Milano. Il commissariamento, dunque, è una sconfitta per tutti». In soprintendenza avevano cominciato a intuire già da luglio, poco prima che venisse allontanata Paola Grifoni, che c'era la seria possibilità di essere commissariati. L'ultimo intoppo che aveva rallentato i lavori (già da marzo) era la richiesta del raggruppamento di imprese guidato dal Consorzio Cooperative Costruzioni (Ccc) che si aggiudicò l'appalto del primo lotto a marzo del 2006 di un aumento dei costi dei lavori per quasi 13 milioni. Alla soprintendente sembrò troppo. Il Comitato tecnico del Provveditorato per le opere pubbliche, organo super partes a cui si rivolse l'architetto Grifoni, intorno al 15 luglio le diede ragione. Il 30, la firma dell'atto di sottomissione delle Ccc per una cifra di circa 6 milioni di euro. Un successo per la soprintendenza, che in un colpo solo evitò di spendere più del dovuto e la rescissione del contratto, che avrebbe significato un ulteriore slittamento dei lavori con una nuova gara all'orizzonte. Ma qualcuno in via della Ninna aveva subito fiutato l'aria e proprio il 30 di luglio disse: «Abbiamo vinto la battaglia, perso la guerra». A fine agosto, al posto della Grifoni viene nominata Alessandra Marino. Venerdì scorso il commissariamento. La soluzione all'italiana, che di solito viene presa per calamità naturali o per incapacità amministrativa che però nè la Grifoni, nè la Marino avevano dimostrato. E allora l'arrivo del commissario, che avrà pieni poteri a scapito della Marino (in via della Ninna, nei corridoi della soprintendenza più di un funzionario dice che è «stata l'agnello sacrificale») come va interpretato? E cosa ne pensa il grande vecchio degli Uffizi Antonio Paolucci, colui che negli anni '90 volle a tutti i costi la commissione di studio per i Nuovi Uffizi? «Penso che quella del commissariamento sia una tipica situazione italiana. Solo nel nostro Paese, anche sulle opere pubbliche ci contraddistinguiamo per la rissosità, l'ingovernabilità delle singole persone. Ben venga allora qualcuno che metta in riga le persone che lavorano non per la conclusione di un lavoro, ma per farlo fallire. Mi auguro solo che questo commissario abbia tutti gli strumenti efficaci per far rigare dritto le persone. Perché di questi prima Grandi e poi Nuovi Uffizi se ne parla da 50 anni: è ora di finirla. Non capisco cosa vogliano questi dissidenti...». I dissidenti contestano la qualità architettonica del progetto. Contestano l'azzurro e il colore del pavimento della sala Botticelli, il grande ascensore e la scala di ponente che sarà proprio dietro la Loggia dei Lanzi. In sostanza, criticano la scelta di un progetto figlio della commissione di esperti voluta da Paolucci, ma fatto nel giro di pochi mesi. E firmato dallo studio Sinter di Firenze: lo stesso che ha curato il restauro dell'ex cinema Capitol, ribattezzato in Uffizi Center, ma la cui gestione si è rivelata un fallimento. Doveva intercettare i turisti in uscita dal museo. Benetton, proprietario dell'immobile oggi ceduto alla Camera di Commercio dopo il fiasco aveva calcolato che l'apertura del centro sarebbe coincisa o quasi con la fine dei Nuovi Uffizi: così non è stato. E dire che la Edizione Property (società del gruppo Benetton) si era impegnata con 500 mila euro (frutto degli oneri di urbanizzazione) per il rifacimento di piazza del Grano. E vista la fretta di Roma e del direttore generale del ministero Roberto Cecchi, aveva pagato con un milione e mezzo di euro in base a una convenzione stipulata con il Comune e il ministero il progetto esecutivo dei Nuovi Uffizi firmato dalla Sinter. In quel momento, Isozaki a parte, si stavano bruciando le tappe: il progetto preliminare venne presentato il 4 giugno del 2003. Quello definitivo a luglio dello stesso anno e l'esecutivo il 24 febbraio 2004. La soprintendenza lo approvò a dicembre, la direzione regionale una settimana dopo. Tutto, per una volta nella storia degli Uffizi, sembrava filare liscio. E non ci fu bisogno di una gara internazionale aperta ai cosiddetti «archistar», la scelta che oggi viene contestata dai funzionari dissidenti. Il 24 marzo 2006 venne aggiudicato il primo lotto dei lavori (che dovevano finire entro il 2010), al massimo del ribasso (43,78) che consentì di recuperare le risorse necessarie per eseguire un secondo lotto. Quasi subito, però, sono cominciati i problemi, gli stralci le varianti. La più significativa quella della Biblioteca Magliabechiana (spostata poi nel secondo lotto dei lavori, ancora da appaltare). È l'aprile del 2008 quando arriva l'annuncio della soprintendente al polo museale Cristina Acidini: «Ho ereditato il progetto degli Uffizi già pronto, addirittura appaltato e ''cantierato''. Abbiamo deciso un cambiamento impegnativo. Destinare a mostre temporanee il piano rialzato della Biblioteca Magliabechiana e integrarlo nel percorso degli Uffizi. Avrebbe dovuto essere frammentato in laboratori di diagnostica e restauro. Ci sarà una variante in corso d'opera, dolorosissima e impegnativa». Il primo dei tanti intoppi, perché a seguire c'è stato il rifacimento del progetto dell'impiantistica della galleria. La scoperta delle lesioni importanti all'ala di levante della galleria. E tanti altri piccoli imprevisti che hanno rallentato, generato attriti e fatto perdere la pazienza a Roma. Resta una domanda. Ma perchè non si è scelta la strada di una gara per il progetto dei Nuovi Uffizi? «È vero, abbiamo avuto mezzo secolo risponde Paolucci chi era giovane ora è anziano, c'è stato tutto il tempo del mondo. Ma qui non siamo a Parigi, siamo in Italia e questo progetto ora va sfornato caldo caldo perché anche quello migliore del mondo se esce fuori dal tempo mostra la sua età. I dissidenti? A me il progetto piace e visti i precedenti non si può che fare. Altrimenti facciamo ridere il mondo». Come per la loggia di Isozaki? «È un reperto archeologico, ormai è un relitto del '900».