ROMADiaspora di un patrimonio artistico. Quasi trecento capolavori eredità degli anni d'oro dell'Iri e delle sue aziende, quando il gruppo fondato da Alberto Beneduce era la quintessenza dell'industria di Stato ma anche il moloch mecenate impegnato a commissionare opere d'arte ai maggiori artisti contemporanei. Una collezione mozzafiato che fino a qualche tempo fa campeggiava nelle stanze del palazzone di Via Veneto testimone silenzioso di fatti e misfatti di intere generazioni di boiardi e che ora è confluita nei mille rivoli della privatizzazione e della liquidazione. Ci sono i quadri che in origine arredavano, durante gli anni Cinquanta, gli aerei della neonata flotta Alitalia o gli arazzi che impreziosivano la prima classe delle navi di Finmare, i transatlantici Michelangelo, Leonardo e Raffaello. C'è il "San Lorenzo sulla graticola" di scuola caravaggesca amatissimo da Romano Prodi che lo considerava una metafora della sua presidenza all'Iri («Questi anni sono stati il mio Vietnam», dirà il professore al termine dell'ultimo mandato) . E poi tanti altri capolavori firmati dai più bei nomi della pittura moderna italiana: da Modigliani a Carrà, da De Chirico a Capogrossi, da Cagli a Vespignani, da Casorati a Sironi, da Guttuso a Purificato. Proprio in vista della chiusura dell'Iri e mentre il critico d'arte Federico Zeri lavorava al riordino e alla catalogazione delle opere si era pensato di donare tutto allo Stato (una semplice partita di giro visto che l'istituto era al 100pubblico) e di realizzare un unico museo in una città di provincia; ma di quel progetto non si è fatto nulla, anche per le perplessità del ministero del Tesoro, e così un centinaio di quadri di proprietà Alitalia è finito in un deposito alla Magliana, nella sede della compagnia di bandiera che si è limitata a catalogarli pensando o alla loro vendita o immaginando un'esposizione poi mai realizzata, mentre non si è mosso un dito per intervenire sulla precaria collocazione degli arazzi dei transatlantici arrotolati in uno scantinato delmuseo di Valle Giulia a Roma. Una serie notevole di dipinti antichi è tornata nei forzieri delle ex "Banche di interesse nazionale" (Comit, Credito Italiano e Banco di Roma trasfigurate oggi nelle spa private BancaIntesa, Unicredit e Capitalia), e un ulteriore gruppo di opere è passato in comodato gratuito al ministero dell'Economia che lo ha poi girato a vari enti pubblici. Altre opere, infine, sono rimaste a via Veneto nella sede di Fintecna, erede della liquidazione Iri, e tra queste appunto il San Lorenzo di Andrea Vaccaro e i bozzetti delle copertine di Civiltà delle Macchine, la rivista del gruppo fondata da Leonardo Sinisgalli, che tra gli anni Cinquanta e Settanta rappresentò una vera palestra intellettuale per scrittori come Buzzati, Gadda, Moravia, Ungaretti. Quella copertina se la litigavano i maggiori pittori italiani che, peraltro, usavano ogni arma per farsi commissionare opere dal gruppo di via Veneto: «Per il telefono mi devo rivolgere ad una società dell'Iri blandiva nel '62 Giorgio De Chirico, in una lettera di presentazione la mia banca è una banca dell'Iri, quando feci il viaggio in America la nave era dell'Iri, costruita in cantieri dell'Iri, con acciaio fabbricato dall'Iri. In aereo non viaggio perché ho paura ma anche gli aerei italiani sono dell'Iri. Mi piace invece guidare la macchina e se non ho un'Alfa Romeo, che è dell'Iri, è perché fabbrica macchine troppo veloci...». Zeri, che fino agli ultimi giorni della sua vita ha lavorato all'inventario del patrimonio artistico dell'Iri, considerava i bozzetti di Civiltà delle macchine i «pezzi forti» dell'intera collezione. Stessa passione per gli arazzi delle navi Finmare firmati, tra gli altri, da Capogrossi, Cagli, Sironi e Casorati. («Li ho ammirati nelle mie traversate atlantiche ricordava spesso Zeri . Una grande scoperta, dopo aver navigato sui precedenti transatlantici "in stile" con tutte le loro paccottiglie rococò...»). L'idea di Zeri, scomparso nel 1998, come detto era quella di riunificare la collezione Iri in un museo permanente. Il progetto è rimasto in piedi ancora qualche anno, con il possibile coinvolgimento del Tesoro e della Fondazione Iri, per poi tramontare definitivamente aprendo la strada della diaspora a centinaia di capolavori. Insomma, l'ennesima occasione mancata per valorizzare una fetta del patrimonio artistico italiano, rendendola fruibile da tutti i contribuenti.
Diaspora di un patrimonio artistico, la collezione dell'Iri non c'è più
Il patrimonio artistico dell'Iri, un'azienda di Stato fondata da Alberto Beneduce, è stato disperso a causa della privatizzazione e della liquidazione. La collezione, che comprendeva capolavori di artisti come Modigliani, Carrà e De Chirico, è stata dispersa in diversi luoghi, tra cui un deposito di Alitalia, un museo di Valle Giulia a Roma e diverse banche private. Altri capolavori sono stati donati o ceduti a enti pubblici o private. Il critico d'arte Federico Zeri aveva lavorato all'inventario del patrimonio artistico dell'Iri e aveva proposto di riunificare la collezione in un museo permanente, ma il progetto non è stato realizzato.
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