Il sogno egemonico Aveva una visione egemonica: doveva dettare la linea al partito Negli anni Ottanta arrivò al delirio di onnipotenza BOLOGNA - Il «naufragio» della casa editrice Einaudi negli anni Ottanta «non fu causato da ragioni gestionali», ma dalla «determinazione lucida e feroce» di Giulio Einaudi nel «perseguire un progetto grandioso, smisurato, megalomanico e forse insensato», un «progetto egemonico» che venne alla fine travolto dalla «catastrofica resurrezione dellidea enciclopedica». Il severissimo giudizio è di un altro editore di spicco, Gian Arturo Ferrari, direttore della divisione libri della Mondadori ma anche, da poche settimane, nominato dal ministro Sandro Bondi presidente del Centro per il libro e la lettura, lagenzia governativa che si occuperà della promozione della cultura scritta in Italia. Anche per questo lattacco di insolita severità verso il fondatore della storica sigla editoriale (che attualmente fa parte proprio del portafoglio Mondadori) è stato letto da molti presenti come la dichiarazione politico-programmatica del nuovo grand commis culturale, più che come il risorgere di unannosa polemica da terze pagine. Si era in casa di unaltra nobile editrice: Il Mulino, che come ogni anno ha tenuto ieri a Bologna la sua annuale Lettura, in questa venticinquesima edizione eccezionalmente a tre voci: quelle del filosofo Remo Bodei, del sociologo e storico francese Marc Lazar e appunto di Ferrari, davanti a un parterre eccellente di docenti, politici e ovviamente di "mulinanti", tra cui lex premier Romano Prodi. Argomento della venticinquesima edizione, dedicata allo storico direttore del Mulino Giovanni Evangelisti scomparso un anno fa, lo stato di salute delleditoria di cultura. Per Ferrari il libro di qualità, circa il 10 per cento del mercato editoriale, non è poi così in crisi come sembra, ma lo è (e a suo giudizio, fortunatamente) solo una certa idea del ruolo delleditore come «figura hegeliana della cultura». Quella che ebbe in Einaudi, appunto, il suo archetipo, e nella sua avventura editoriale il modello tutto italiano di un rapporto fra libro e panorama politico-culturale dove leditore «non è tale perché pubblica libri di cultura ma perché fa la cultura», cioè impone alla società intera la sua visione del mondo: «non casa editrice di partito, ma che detta la linea al partito», ovviamente il Pci; e neppure "university press" di tipo anglosassone, ma crogiolo di intellettuali di volta in volta gramsciani, francofortesi o strutturalisti, che indica costantemente alluniversità la linea culturale a cui «accodarsi». Un «einaudismo» siffatto si scontrò però con quella che sullo stesso palco Marc Lazar ha appena descritto come il «fallimento dellintellettuale comunista» e la crisi dell«impegno» diretto al fianco della politica. Ma anziché tornare nellalveo naturale delleditoria di cultura, come faranno le eredi dirette o indirette dellesperienza einaudiana, lambizione del patriarca torinese secondo Ferrari sale negli anni Ottanta ulteriormente di livello: è allora che la sua «vena megalomanica» si trasforma «in conclamato delirio di onnipotenza, nellutopia di una rifondazione universale e comprensiva del sapere» guidata e concentrata in una sola esperienza editoriale: appunto, la «catastrofe» dellEnciclopedia.