L'anticipazione di NordestEuropa Sono trent'anni che il patrimonio di arte e cultura conservato nel sistema dei nostri musei è diventato un valore misurato in termini economici e valutato secondo la redditività, alla quale si presta crescente attenzione. L'anticipazione Oligarchie dannose: l'organizzazione museale è stata a lungo accentrata in poche mani Tutela e valorizzazione, due sfere che vanno separate Pubblichiamo l'intervento di Cesare De Michelis che appare su «Nordest Europa Cultura», in edicola in questi giorni in abbinata al periodico «Nordest Europa» (8 euro le due riviste). Sono trent'anni che il patrimonio di arte e cultura conservato nel sistema dei nostri musei è diventato un bene e un valore misurato in termini economici e valutato secondo la redditività, alla quale si presta crescente attenzione nell'elaborazione dei progetti di risanamento e rilancio dell'economia. Non solo si è arricchito e moltiplicato l'intreccio tra turismo e cultura già evidente all'inizio del secolo scorso, ma si è finalmente preso in considerazione il fatto che questa ricchezza accumulata nei secoli e raccolta negli archivi, nelle biblioteche, nei musei, ma anche nei centri storici, nel paesaggio, lungo le strade, rappresenta una straordinaria riserva di risorse, un «giacimento», al quale si può e si deve ricorrere per il benessere, e non solo spirituale, di tutti. Questa rivoluzione copernicana iniziata negli anni ottanta e che è tuttora in corso ha prodotto qualche iniziativa legislativa, non abbastanza numerose sperimentazioni locali, ed è in molte occasioni rimessa in discussione, se non più o meno apertamente osteggiata. Quando la cultura, l'educazione, l'informazione persino, erano appannaggio di una minoranza sociale, spesso anche molto ristretta, sembrò soprattutto importante la conservazione di un patrimonio disperso un po' ovunque nella nazione appena nata, diviso tra la molteplicità delle organizzazioni statali, comunali, ecclesiali, private, senza regole né criteri; salvarlo dall'incuria, dall'usura, o dall'avidità, diventò l'unico credo condiviso. Sono nati così, senza piani né disegni, gli oltre quattromila musei presenti sul territorio e allo stesso modo si sono formate le loro collezioni, talvolta esigue ed esposte in bella mostra nelle gallerie, più spesso ricche ben più di quanto lo spazio a disposizione consentisse di esibire e quindi, in parte più o meno grande, sepolti in depositi o in magazzini, cui accedono esclusivamente funzionari ministeriali, magari per esaudire qualche autorevole desiderio di arredare più fastosamente i pubblici uffici. L'organizzazione museale è stata a lungo accentrata in poche mani severe e prudenti, quasi che il rigore necessario alla gestione potesse essere proprio soltanto di un'èlite appositamente addestrata, la quale intanto elaborava codici, programmi, criteri, che finivano per imporsi come gli unici possibili. Rompere questo sistema oligarchico si è rivelato difficilissimo, così come prendere in considerazione le graduatorie del numero dei visitatori o, peggio ancora, degli incassi delle biglietterie. Piano piano acquistarono importanza le mostre temporanee, giustificate come occasioni di confronto e di studio, di analisi e di approfondimento, finché, cinquant'anni - la prima volta che ricordo fu a Mantova, per Mantegna, nel '57 - , ci si accorse che c'era - poteva esserci - un pubblico numeroso pronto a mettersi in fila per andare a visitarle. Le mostre hanno bisogno di curatori ben diversamente attivi dai ligi conservatori e così cominciò a cambiare la cultura dei funzionari; non bastava la tutela, ci voleva la valorizzazione e subito dopo la fruizione e con loro diventavano necessari lo studio ma anche le relazioni internazionali, l'allestimento, la promozione, persino la pubblicità. Così ci si accorse che le piccole guide grigio-azzurre dell'Istituto Poligrafico dello Stato, rigorosamente in bianco e nero, con foto piccole e brevi didascalie non bastavano a soddisfare la curiosità e i desideri dei visitatori e prese forma e corpo una nuova editoria d'arte che ormai non è seconda a nessuno nel mondo e che ai libri ha aggiunto una straordinaria quantità di altre cose inerenti alle opere esposte. Infine, grazie anche al fervido mercato dell'arte che nel tempo della modernità - soprattutto dopo la rivoluzione francese, fino alla metà del '900 - si sviluppò straordinariamente, crebbero nel mondo, e negli Usa soprattutto, nuovi musei, promossi da fondazioni private che dovevano quotidianamente misurarsi con la necessità di far quadrare i conti e che pertanto svilupparono ogni possibile commercio per garantire la propria sopravvivienza. Anche da loro, girando il mondo, abbiamo imparato molte cose. Non si può più temporeggiare, la crisi della finanza pubblica impone scelte radicali; continuare ad accontentarsi della legge Ronchey e delle piccole concessioni che essa consente è come sperare di vuotare il mare con un cucchiaino. Perché il patrimonio, e tanto più quello sommerso, possa essere valorizzato com'è necessario bisogna distinguere nettamente la tutela e la valorizzazione, la prima considerandola propria dello Stato, la seconda affidandola senza esitazioni ai privati, perché a regolarla sia finalmente il mercato.