UN FERMENTO DI INIZIATIVE PIÙ O MENO IMPEGNATE Quando ero ragazza, andavo al cinema un giorno sì e l'altro pure. Perché a Napoli a quei tempi il cinema rappresentava l'unico svago perennemente a disposizione. Con tante sale e sempre affollate (pensate: i posti in piedi costituivano la norma). Per il resto cose da fare ce n'erano poche: i teatri si contavano sulle dita di una mano, le associazioni culturali pure, e di «eventi» e manifestazioni neanche a parlarne. Sicché con le mie amiche ci lamentavamo: «Mio Dio, com'è noiosa Napoli! A Roma, a Milano tanti sono gli stimoli, tante le iniziative. Qui invece niente di niente, è la morte civile! ». E avevamo ragione: Partenope di allora era davvero la bella addormentata. Oggi invece la situazione si è ribaltata. Completamente. Nel suo contrario. Accanto ai teatri storici son proliferati teatrini di ogni foggia e dimensione, a ritmo esponenziale si son moltiplicati i centri culturali, e poi a organizzare incontri con scrittori, registi, sceneggiatori, sociologi, politologi (tutti pronti a spiegare per filo e per segno il come e il perché della loro attività) provvedono librerie, scuole di scrittura, gallerie d'arte, musei, chiese, pub, caffé letterari, biblioteche, istituti scolastici e chi più ne ha più ne metta. E non solo di questo si tratta: la città si è enormemente dilatata, e non soltanto al centro si «fa» cultura. Da Scampia a Bagnoli, dalla Sanità ai Camaldoli è tutto un fermento di iniziative più o meno impegnate, in ogni piazza e piazzetta si svolgono spettacolini e intrattenimenti vari, di ogni cantonata dei quartieri storici si indagano e rievocano abitatori illustri, misteri, monacielli e fantasmi. Perfino il sottosuolo, riscattato dalla sua solitudine e dal suo silenzio, è diventato sede di percorsi didattici lungo i quali, di grotta in grotta e di cunicolo in cunicolo, sfilano disciplinati gruppi di volenterosi a caccia di apprendimento. Sicché, è naturale, le iniziative si accavallano, contendendosi gli ascoltatori. E meno male che non mancano gli stacanovisti, ossia quelli che, spostandosi a marce forzate, in uno stesso pomeriggio riescono a presenziare il Blu di Prussia, la Feltrinelli, Palazzo Serra di Cassano e, magari, anche il Madre. In conclusione Napoli come Parigi, come Londra, come New-York: ogni giorno un pot-pourri di presentazioni, dibattiti, tavole rotonde, interviste, letture ad alta voce. Per forza che rintronano le orecchie. Ma, mi direte, il fatto è assai positivo: determina acquisizione di consapevolezza, potenziamento della sensibilità estetica, etica, civica, e insomma provvidenziale crescita del livello culturale collettivo. Beh, probabilmente è così. Ma è impossibile non farsi sfiorare dal dubbio che, in mezzo a questo gran frastuono, a questa sorta di carnevale perenne, a questo intellettuale «casino», a un certo punto proprio la cultura, così chiassosamente agognata, perseguita, osannata, esibita, finisca con l'inflazionarsi, con lo svilirsi, col prostituirsi, e col perdere fascino e suggestione. Sì, forse davvero siamo in troppi a darci l'un l'altro sulla voce. E se tutto sfociasse in una globale «mmesca francesca», in un generale «arrevuoto», in una cosa insomma tipo Torre di Babele?