Quando nel 1976 Adriano La Regina (a quel tempo ancora molto giovane per un incarico di tanta importanza) assunse la direzione della Soprintendenza archeologica di Roma, la città offriva ai visitatori - per quel che riguarda le memorie dell'antichità - assai meno di quel che ci si poteva aspettare dal luogo archeologico più importante e più rinomato del mondo. Certo, c'era il Colosseo, c'erano il Foro Romano e il Palatino, i famosi Archi e le famose colonne; e c'erano le grandi collezioni archeologiche dei Musei Vaticani e dei Capitolini.Ma per quel che riguarda l'iniziativa statale, le condizioni del Museo Nazionale Romano dislocato nel Terme di Diocleziano erano molto precarie e gran parte delle raccolte non era visibili; mentre le grandi campagne di scavo e di ricerca, iniziate sin da quando Pio III nel 1803 aveva deciso di trasformare in area monumentale l'antico «Campo Vaccino», erano in pratica sospese. Oggi la situazione di Roma ci appare radicalmente mutata. Il Museo Nazionale Romano ha trovato una adeguata collocazione in Palazzo Massimo, al quale si collegano i locali delle Terme e la Sala Ottagona. Ma i luoghi espositivi della Soprintendenza archeologica si sono moltipllcati, c'è Palazzo Altemps, acquistato e degnamente restaurato, già reso famoso dalle straordinarie collezioni che vi hanno trovato sede. C'è la «Cripta Balbi», con l'eccezionale testimonianza stratigrafica della storia della città attraverso i secoli; c'è il Museo Palatino; c'è la Villa dei Quintili sulla via Appia. Nel frattempo è stata ripresa intensamente l'attività di scavo, di ricerca, di sistemazione monumentale e urbanistica in tutta l'area dei Fori e dei Palazzi imperiali (si pensi anche solo alla «Domus Aurea»). Il Colosseo è stato ricongiunto ai Fori eliminando la parte della piazza che li separava; si è avviato il progetto di un grande spazio archeologico dal Foro romano all'Ap-pia Antica; è stata posta in atto, di fronte al pericolo della devastazione delle superfici marmoree dei grandi monumenti prodotta dall'inquinamento, un'intensa campagna di restauro che ha riguardato, tra l'altro, gli archi di Tito e di Costantino e le Colonne Traiana e Antonina. Tutte queste realizzazioni sono strettamente legate al nome di Adriano La Regina: non solo alla sua elevata competenza scientifica riconosciuta su scala mondiale, ma alla sua tenacia e al suo impegno di funzionario che ha sempre anteposto la tutela del bene culturale come bene di tutta la collettività a qualsivoglia interesse particolare. Certo, La Regina ha avuto la fortuna, proprio agli inizi della sua opera come Soprintendente di Roma, di poter lavorare in collaborazione con alcuni interlocutori di particolare intelligenza e qualità. Innanzitutto, al Comune di Roma, con due sindaci come Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli: due uomini così diversi, l'uno grande storico dell'arte e intellettuale di altissimo valore; l'altro funzionario comunista impegnato con ogni sua energia per rinnovare l'amministrazione della Capitale, ma entrambi consapevoli che il patrimonio culturale era per Roma un'eccezionale ricchezza che andava salvata, potenziata, valorizzata al servizio di tutti i cittadini. Fu con Argan e con Petroselli che La Regina potè avviare quegli interventi di ripresa degli scavi, di recupero, di restauro che erano diretti a riproporre Roma archeologica non come un residuo del passato, ma come centro dell'assetto urbanistico della città moderna. Al ministero l'interlocutore principale fu Oddo Biasini, il ministro repubblicano che è stato uno degli uomini migliori che si sono succeduti al Collegio Romano dopo l'istituzione, nel 1975, del Ministero per i Beni culturali e ambientali. A quei tempi io ero in Parlamento; fino al 1979 come deputato, poi come senatore: sempre nella commissione Istruzione e Cultura, e con incarichi di partito - nel Pci - in questo settore. Ricordo bene il lavoro comune che svolgemmo con Biasini, sempre ascoltando i suggerimenti e i consigli di Adriano La Regina, per varare la legge del 23 marzo 1981 n. 92, sui monumenti antichi di Roma: una legge che stanziava una somma per quei tempi ingente e che prevedeva interventi non solo di recupero, di restauro, di sistemazione museale, ma anche di prevenzione e salvaguardia urbanistica, da svolgersi in collaborazione con gli Enti locali. Rammento in particolare la battaglia che fu necessario condurre, sino al voto finale in Parlamento, contro la resistenza della burocrazia ministeriale che - con l'appoggio di settori cospicui della maggioranza - avrebbe voluto che gli stanziamenti, sia pure con la destinazione per Roma, andassero alla Direzione generale, che li avrebbe amministrati e distribuiti. Era evidente il pericolo non solo di negative perdite di tempo, ma di mutamenti della finalizzazione delle somme (già altre volte è accaduto) e, comunque, di pressioni clientelari. Ci opponemmo, d'accordo con Biasini, e gli investimenti furono destinati già nella legge alla Soprintendenza archeologica di Roma, con somme minori per la Soprintendenza di Ostia Antica, dell'Etruria meridionale, del Lazio. È con quella legge che furono finanziate gran parte delle opere che prima ho ricordato. Certo, una ripresa su larga scala del programma allora avviato e poi posto in atto nel corso di questi anni (su questi temi si aprirà, il primo luglio, la mostra La città moderna e il suo passato) richiederebbe ulteriori cospicui investimenti dello Stato, a integrazione del bilancio della Soprintendenza e di ciò che può fare il Comune. Non ho però lo spazio per fermarmi, ora, su questi problemi; una cosa voglio invece sottolineare, a proposito dell'impegno di Adriano La Regina: ed è la coerenza del suo comportamento, quale che fosse il colore politico del governo o dell'Amministrazione in carica. Conosciuto come uomo di sinistra, egli non ha esitato a scontrarsi con sindaci dell'Ulivo, come quando si è opposto - giustamente - al progetto del Sottopasso di Castel Sant'Angelo; così come giustamente ha sempre detto no agli speculatori che mettevano in pericolo i Beni culturali. Ma non era, per questo, il «signor no»: era ed è un dirigente consapevole del valore che il patrimonio archeologico di Roma ha per l'Italia e per tutta l'umanità. Fra poche settimane Adriano La Regina, avendo raggiunto i normali limiti di età, lascerà la direzione della Soprintendenza archeologica, proprio mentre si è appena avviata l'esperienza della Soprintendenza autonoma. Mi domando se questo sia il momento più opportuno per un cambio della guardia così impegnativo. Non sarebbe saggio e conveniente - attraverso un contratto, come in altri casi è accaduto - prolungare il suo incarico di dirigere la Soprintendenza ancora per qualche anno, in modo da consolidare l'esperienza della Soprintendenza speciale dotata di autonomia e di preparare in tempi adeguati un ricambio che sia all'altezza del compito? Capisco che è una proposta non consueta: ma che tuttavia ritengo giusto formulare.