NAPOLI «Bisogna dare un messaggio forte contro l'abusivismo edilizio» Il procuratore De Chiara ha disposto 600 demolizioni tra Ischia e Procida. E ora si punta sugli autoabbattimenti A. Po. NAPOLI «Dopo la frana la procura di Napoli ha disposto accertamenti, coinvolgendo più di un organo di polizia, per valutare se sussistano gli elementi per procedere con le accuse di omicidio colposo e disastro colposo. Se ci siano stati, cioè, atti commissivi od omissivi accanto agli eventi naturali». Aldo De Chiara, procuratore responsabile per i reati ambientali, segue da vicino le vicende dell'isola verde. La primavera scorsa la sezione da lui diretta ha disposto seicento abbattimenti tra Ischia e Procida, avviando un duro scontro con i sindaci isolani: «Bisogna capire che la lotta all'abusivismo è una forma di tutela del territorio e non riguarda solo l'arcipelago del golfo, ma circa 37 comuni dell'hinterland napoletano». Dare un messaggio forte, però, sta dando i primi frutti: ad Afragola, una zona difficile, in due hanno chiesto e ottenuto l'autoabbattimento. «La procura e lo stato - prosegue De Chiara - hanno risparmiato, sia in termini di costi che di uomini impiegati, evitando di dislocare una trentina tra poliziotti e carabinieri, ma anche i soggetti hanno risparmiato, evitando costi aggiuntivi rispetto alla semplice ditta che smantella la struttura». Un nuovo disastro dopo la frana del 2006, con una vittima, ripropone il problema ma in una luce diversa, «per ora non registriamo un cambiamento di rotta, rispetto all'estate, da parte delle amministrazioni di Ischia, ma si valuterà meglio nei prossimi giorni». Il dramma degli sfollati sarà, probabilmente, il banco di prova. Lo smottamento del Monte Vezzi tre anni fa, che causò la morte di tre appartenenti alla stessa famiglia, ha lasciato senza casa una quarantina di persone, sistemate da allora in sette container nel camping di Ischia Porto. «Il sindaco ci assicurò che avrebbero costruito nuove case per noi, poi che avrebbero acquistato appartamenti liberi e poi ci hanno dimenticato. Sembrava che dovesse succedere tutto il giorno dopo. Se avessi saputo che finivamo così non ci mettevo piede qui». Maria abita il primo parallelepipedo in lamiera ondulata, subito dopo il portone d'ingresso. Sono in tre, marito e un figlio a scuola. Accanto la figlia con la sua famiglia, ma ci sono nuclei di otto stretti come scatolette da spedire. «Quando piove non possiamo uscire. Fuori si inonda tutto e comunque la porta non si apre: l'acqua scende come una cascata, se apri una fessura si allaga dentro. Mia figlia va a protestare al comune continuamente, a lei hanno messo una tettoia sull'entrata, può uscire». La privacy è assicurata da teloni verdi che circondano lo spiazzo, un fazzoletto di terra per stendere i panni, dentro piccoli condizionatori dovrebbero salvare dal freddo d'inverno e dal caldo d'estate «e invece geliamo lo stesso, a luglio poi a mio figlio è venuta la bronchite per gli sbalzi di temperatura». Si mangia seduti sul letto, pochi mobili rovinati dall'umido, sotto le suole si attaccano i sassolini che finiscono a ticchettare sul pavimento, il bagno che spurga nella fossa biologica del giardino accanto, «quando arriva la puzza chiamiamo la ditta. Manco nuovi ce li hanno dati i container, abbiamo dovuto pagare per liberarli dagli scarafaggi. Chi lo sa se con la seconda disgrazia ci sistemano».