altra italia - CASAMICCIOLA DOPO LA FRANA Il benessere DI ISCHIA Nel paese è ancora tutto bloccato dai detriti piovuti dal monte Epomeo. 400 persone rimangono sfollate e i negozi chiusi. Tutti si preoccupano dei riflessi sul turismo, nessuno parla delle costruzioni abusive. E dei condoni che sono alla base degli smottamenti Adriana Pollice ISCHIA «Benvenuti a Casamicciola, la fonte del benessere». Ghirigori su ceramica accolgono i turisti sul confine con il comune di Ischia Porto. Poco prima il piccolo marciapiede è bloccato, tra gli alberi i massi di circa mezzo metro di diametro, precipitati durante la frana del 10 novembre. Sulla strada le transenne impediscono il passo alle vetture, proseguono solo i residenti, gli altri imprecano e vanno via. Bloccato l'accesso anche da Lacco Ameno, a Casamicciola si vive un tempo sospeso da quando il Monte Epomeo ha rovesciato a valle la piena che ha ucciso Anna De Felice, di appena quindici anni. «Sull'isola ci sono circa 66mila residenti e quasi altrettante automobili», raccontano gli attivisti di Legambiente Peppe Mazzara e Francesco Mattera. Andando verso l'abitato, sulla destra il mare, sulla sinistra il bosco della Maddalena, di fronte la sede della Forestale. «La pineta è in una zona R4, a elevato rischio idrogeologico, oltre che Sic, cioè sito di interesse comunitario, e proprio la Forestale cerca di costruirci una palazzina, tre piani per quattro dipendenti. Quello che vogliono è fare un resort per i loro colleghi», spiegano mentre intorno il nastro della strada segue una teoria disordinata di ville, negozietti e supermercati, tutto abusivo, spesso nemmeno condonato nonostante le due sanatorie del 1993 e 2003. Il centro di Casamicciola è stretto tra il mare e le pendici del rilievo. Il porto funzionava a scartamento ridotto già prima che le acque lo sommergessero di fango e automobili: una mareggiata aveva messo fuori uso la banchina, mettendo in crisi i collegamenti con Pozzuoli e Procida. Martedì sono arrivati i rocciatori delle Dolomiti per mettere in sicurezza la montagna, la slavina ha lasciato lungo i costoni blocchi di roccia che vanno rimossi prima che torni a piovere, alcuni sono così grandi che si sta valutando se farli brillare, un'operazione complicata dalle case proprio accanto e a valle. Osservando con attenzione tra le radici rimosse, lungo i canaloni, spuntano tubature spezzate, probabilmente impianti abusivi. Sotto un rocciatore, in zona Molara, una villetta con il secondo piano ancora in costruzione, edilizia fai da te che contribuisce a rendere instabile un'isola sismica. Ma delle costruzioni fuorilegge non parla nessuno, le uniche preoccupazioni sono i riflessi sul turismo, in crisi già da tre anni, e gli indennizzi. «La Lega, per non destinare soldi al Sud, si oppone a dichiarare lo stato di calamità naturale perché il disastro sarebbe stato causato dai materiali di risulta che ostruivano vasche e condotti di scolo, invece sul giornale locale, Il Golfo, si finge di non vedere la relazione tra abusivismo edilizio e frana, insistendo sulla fatalità. In mezzo restano i drammi personali: 380 sfollati, il commercio in ginocchio e l'assenza di regole certe e condivise», spiega Peppe mentre ci addentriamo nel paesino. Nel cuore di Casamicciola un nucleo di palazzine di edilizia popolare anni '70, come in qualunque periferia italiana, abitate da proletari e sottoproletari perché le classi sociali esistono anche su un'isola ricca come Ischia, reddito medio pari a Zurigo, e sono anche molto rigide. D'estate lavorano nel turismo, cuochi o camerieri, e d'inverno si arrangiano, i più anziani sono stati quasi tutti marittimi. Palazzi circondati da villette borghesi, in giardino alberi di limoni e arance, tutto senza soluzione di continuità. Sul tetto le cisterne per l'acqua, a terra le fosse settiche per gli scarichi, qualcuno ha i pannelli solari, gli altri impianti improvvisati, un'anarchia in cui la mano pubblica semplicemente non esiste ed è quasi ironico che l'isola conti però sei sindaci e un'infinità di assessori a non si sa cosa. Osservando ancora i tetti, colpisce la totale assenza delle tipiche case mediterranee. «Il centro abitato di Casamicciola era a metà collina, proprio dove ci fu l'epicentro del terremoto del 1883 che distrusse tutto. Gli abitanti furono sfollati a valle, sistemati in baracche con il tetto di lamiera. Le baracche, con il tempo, sono diventate case, conservando però l'impronta iniziale, e dalla costa sono poi risalite verso la montagna. Ma sono stati i condoni ad avviare la massiccia distruzione del verde sulle pendici». Via libera al cemento ribadito con il Piano territoriale di coordinamento della provincia di Napoli del 2003 che riclassifica la zona: da rurale a urbana da riqualificare. Risalendo dove la frana ha prodotto più danni, si vedono i segni dell'ondata di piena lungo i muri della case, schizzi di fango alti anche un metro e mezzo arrivano a metà delle finestre che affacciano sulla strada, c'è chi spala il proprio marciapiede, gli operai liberano i tombini, i vigili del fuoco per le operazioni più delicate. A piazza Bagni sono loro a dirigere il traffico di escavatori. Per il resto, non si muove nulla, le strade sono scivolose, ricoperte di mota. Gli anziani sono bloccati a casa, le scuole chiuse, i negozi mezzi vuoti. Arrivano solo piccoli porter con acqua minerale, pane, latte, generi di prima necessità. Il commercio è al limite del collasso. Il fango raccolto viene ammassato nella zona del mercato rionale, in attesa di capire come smaltirlo. Il sindaco di Casamicciola ha già pronta la soluzione, gettarlo così com'è in mare. Un'idea che non meraviglia nessuno perché la stessa amministrazione ha utilizzato i fanghi del porto per ripascere la spiaggetta attigua, anche in quel caso senza nessun trattamento. Riscendendo verso il porto, la signora Anna si gode il sole fuori al suo negozio di ceramiche sul lungomare: «La casa tramava tutta - racconta - non potevamo uscire. Ma il peggio è ora, vivo con la paura che piova. Quando ero piccola non c'erano tutti questi edifici, l'acqua scendeva dalla montagna lungo le strade e finiva a mare. C'era pure un torrentello con le ranocchie, ora non c'è più, l'ha coperto la strada». Poco oltre c'è il Pio Monte della Misericordia, il primo stabilimento termale d'Europa, costruito nel '600 per dare sollievo ai poveri bisognosi di cure, assistiti dalla confraternita che riuniva le nobili famiglie napoletane. Oggi è un rudere, il Banco di Napoli e la confraternita a cui fa capo tuttora non lo ristrutturano e si rifiutano di cederlo al comune ischitano. Se non altro la sua mole copre la collina di fango, ammassata proprio alle sue spalle, e comunque «i comuni sono tutti in uno stato di predissesto, le casse sono vuote perché è altissima l'evasione fiscale», spiega Peppe mentre ci fermiamo a guardare il traffico di veicoli dal porto: «Ogni settimana alle 13 sbarcano da Pozzuoli colonne di camion carichi di materiali per l'edilizia in un isola in cui è praticamente vietato costruire. Mai nessuno che si chieda dove vanno».
il manifesto
26 Novembre 2009
NAPOLI - Il benessere di Ischia.
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Adriana Pollice
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