Al Complesso del Vittoriano una mostra presenta gli artisti africani, per la cura di André Magnin. Le opere, provenienti dalla collezione Pigozzi, provano a costruire un mosaico di appartenenze e identità, mescolando materiali disparati con buone dosi di ironia. Dalle maschere readymade fino ai «cartelloni» fumettistici di denuncia, passando per i totem ROMA Le maschere africane, dal vago sapore voodoo, riassemblate attraverso delle taniche di benzina, sono il vero «totem» della mostra apertasi al Complesso del Vittoriano (entrata gratuita, fino al 17 gennaio 2010): un mix di rito e modernità, con una sana dose di ironia per mandare all'aria ogni luogo comune sull'«arcipelago Africa». Non è un caso, infatti, che questa bella panoramica dell'arte contemporanea del continente nero sia curata da uno «specialista» come André Magnin che ricorda quella prima esposizione internazionale - Le magicien de la terre al Pompidou nel 1989 - che, fra detrattori e entusiasti, spodestò la centralità dell'occidente a favore di altre culture creando un ampio dibattito: esiste una prospettiva possibile post colonialista o tutto è ancora «viziato» da un criterio di appropriazione? Su quell'apertura inedita dello sguardo - e anche del mercato - si formò una importante collezione come quella Pigozzi (Ginevra) e alcuni artisti, molti dei quali già visti in collettive e rassegne che hanno girato il mondo, sono approdati adesso a Roma. Il mosaico africano prende così forma nelle opere di una trentina di autori, che si susseguono di generazione in generazione, abbracciando le creazioni del giovane Pathy Tshindele di Kinshasa, basate su un linguaggio da cartoon e quelle - ad esempio, la fantastica scultura Mercedes - di un maestro del Ghana come Samuel Kané Kwei (nato nel 1922 e morto nel 1991). La caratteristica degli artisti africani, oltre alla varietà delle loro produzioni, è nella formazione. Kwei ebbe il suo apprendistato direttamente nelle foreste Ashanti, dove imparò i segreti del legno che poi riversò nella sua arte funeraria. La lussuosa macchina che vediamo in mostra, esposta su un piedistallo con tutti gli onori, non era altro che una bara realizzata per gli anziani del suo clan. Via via, la scelta di bare eccentriche documenterà il desiderio di successo e scalata sociale di molte famiglie del paese e le sue sculture sgargianti diventeranno un tributo pop alla morte, un esorcismo contro gli spiriti maligni. In Tanzania, George Lilanga (nato nel 1934, è scomparso nel 2005), si avvicina all'arte degli scultori Makonde, interpretando con i suoi personaggi leggende (soprattutto divinità femminili) e danze propiziatrici. Di suo, ci mette una propensione alla caricatura e una «forzatura» dei colori così da ribaltare uno stile che ha radici innestate nella tradizione. Molto conosciuto all'estero, Lilanga non ebbe la stessa fortuna in casa propria. «La stregoneria, le storie che racconto per immagini - diceva - sono qualcosa di strettamente legato all'esistenza quotidiana, fanno parte del mio e del modo di credere di tutta la comunità. Mi spiace che le mie sculture non siano apprezzate in Tanzania, perché non faccio altro che reinterpretare le leggende che mi venivano narrate durante l'infanzia...». Bodys Isek Kingelez viene invece dalla Repubblica Democratica del Congo, il paese che, dagli anni Settanta, in misura maggiore, registra una effervescenza creativa in ogni campo (dalla musica alla fotografia alla pittura). È qui che si è affermata una scuola di artisti - da Samba a Chéri Chérin e Bodo - che narra per immagini cartellonistiche le rivolte popolari. Kingelez ha scelto un'altra via. Ha studiato, insegnato e poi si è scoperto restauratore. Infine, ha cominciato a comporre in plastici strabilianti le sue «visioni architettoniche». Palazzi, parchi, aeroporti, metropoli: Kingelez ha fiducia in una rinascita dell'Africa e fa germogliare città della pace e della giustizia in modellini favolistici da realizzare su grande scala. La prima utopia «da edificare» fu dedicata al suo villaggio natale, Kimbembele Ihunga. Romuald Hazoumé (Benin, classe 1962) ha dentro di sé la tradizione degli Yoruba ma, anche polemicamente, ne cambia i materiali. L'artista sostiene che l'Africa è stata depredata dalle sue materie prime dall'occidente e che quindi tutto ciò che resta, sono gli oggetti d'uso quotidiano. Ecco allora le sue taniche viaggiare per i cinque continenti tramandando una storia di illegalità (il trasporto clandestino di benzina) e insieme proponendo grotteschi readymade: anti-monumenti che sbeffeggiano il super sacro culto degli antenati. La senegalese Seni Awa Camara, invece, viene avviata dalla madre alla professione di vasaia ma, dopo una iniziazione in foresta, comincia a modellare la terra con mostri e madri, art brut che lei vende al mercato di Bignona, in mezzo alle cassette di frutta e verdura.
ROMA - Impertinenze made in Africa
Al Complesso del Vittoriano è stata aperta una mostra sull'arte contemporanea africana, curata da André Magnin. La mostra presenta opere provenienti dalla collezione Pigozzi, che mescolano materiali disparati con ironia. Tra gli artisti presenti ci sono Pathy Tshindele, Samuel Kané Kwei, George Lilanga, Bodys Isek Kinglez, Romuald Hazoumé e Seni Awa Camara. Gli artisti africani hanno una formazione diversa, con alcuni che hanno imparato le tecniche tradizionali nella foresta o in altre parti del continente. La mostra presenta anche opere che reinterpretano le leggende e le tradizioni africane, come quelle di George Lilanga.
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