Il progetto per l'Expo che abbiano visto sui giornali non è forse quello che avremmo voluto. È un progetto firmato da architetti bravissimi che hanno dato il meglio di sé, un progetto lineare ed esemplare degno di venire pubblicato cum laude in tutte le riviste, ma proprio per questo del tutto inadatto al tema specifico: che, come ha precisato Stanca per giustificare il cumulo del suo compenso con l'indennità parlamentare, è dopotutto una fiera. Il tema dell'Expo è la varietà dell'alimentazione nel mondo, e il suo programma è quello di rendere i visitatori consapevoli di come, dietro a quell'ondata di omogeneizzazione sullo sfondo del mondo globale, permangano per fortuna ancora coltivazioni rimodernate ma non per questo tradite, prodotti tradizionali che mantengono il gusto dei secoli, tecniche di preparazione specifiche per ogni cultura, e che dobbiamo fare quanto possiamo per esserne consapevoli e per sostenerle. È il programma che da decenni porta avanti Carlo Petrini. L'Expo vorrebbe mostrare poi, nei campi e nelle serre accanto al lungo viale centrale, chi produce questi alimenti nel corso del proprio lavoro, contadini radicati nella Terra madre. Ma la sfera alimentare di un popolo, quella che vorremmo esaltare e promuovere, quella che vorremmo ricordare e sottolineare, è anche intrecciata a tutte le altre manifestazioni della sua cultura, soprattutto all'ambiente materiale dove le persone lavorano e vivono, non soltanto campi ma l'aspetto delle loro case e dei loro villaggi. Sarebbe dunque congruente con questo programma progettare per l'Expo una serie di semplici villaggi, legati uno all'altro, dove nelle strette strade e nelle piccole piazze simili a quelle del loro lontano paese vengano ricostruite le case nel loro stile consolidato, lo spazio dove quei contadini abitano e vivono, sottolineando così come il nostro coinvolgimento in un processo di globalizzazione debba avvenire nel solco delle nostre radici, annidate in tutte quelle manifestazioni materiali nelle quali rispecchiamo la nostra identità. Solo così chi visiterà l'Expo riporterà l'immagine di un mondo variegato non soltanto nell'alimentazione ma anche nell'habitat. Questa proposta non intende suggerire che l'architettura moderna debba per sempre tramontare, ma soltanto che lo stile adottato in ogni circostanza debba essere congruente con il programma per il quale vengono costruiti gli edifici. Gli architetti che hanno progettato l'Expo sono troppo attenti a salvaguardare la propria riconoscibilità cui del resto devono l'apprezzamento del quale meritatamente godono per divertirsi a ricostruire gli habitat di quei paesi che sono stati chiamati a raccontare il loro mondo alimentare. Ma sbagliano. Ai visitatori dell'Expo verrebbe in questo modo offerta infatti una immagine contraria al suo programma: quella che una architettura ormai ripetuta in tutto il pianeta sia destinata a fagocitare irrimediabilmente anche la dignità di quel mondo di Terra madre che vorremmo difendere.