Lunedì un convegno organizzato da Salvare Palermo a Palazzo Steri Le migliaia di licenze edilizie approvate nellarco di una notte e lassessore cieco che Giuseppe Tornatore fa rivivere nella sua "Baaria" ella storia recente di Palermo la distruzione di Villa Deliella occupa, ormai da tempo, un ruolo emblematico: il pregio delledificio - una delle architetture residenziali progettate da Ernesto Basile nel momento di massima adesione ai modi dellart nouveau - , i modi in cui fu perpetrata, in una sola notte, così da anticipare il vincolo monumentale che vi sarebbe stato apposto, il vuoto che essa ha lasciato nello spazio di piazza Croci, hanno finito infatti per diventare il simbolo di quel sacco edilizio che nel dopoguerra ha sfigurato senza rimedio il volto e lordine della città. Tuttavia, la vicenda criminale tante volte narrata - lassalto della mafia trasferitasi dalle campagne al business delledilizia, le migliaia di licenze rilasciate in una sola notte, lassessore allurbanistica menomato dalla cecità recentemente spostato da Tornatore nella sua "Baaria" - rappresenta soltanto uno degli aspetti di quella stagione, sia pure il più vistoso ed eclatante. Laltro, ancora poco indagato, riguarda invece il rapporto di quella Palermo con una modernizzazione distorta, ed su questo punto che invita a riflettere il convegno organizzato da "Salvare Palermo" a Palazzo Steri ("Palermo. Alle radici del disastro urbanistico. Cinquantanni da Villa Deliella", lunedì 23, dalle 9,30 relazioni di Piero Violante, Nino Vicari e Sandro Paino, un fitto calendario di interventi e, al pomeriggio, una tavola rotonda che verrà conclusa dallassessore al centro storico Maurizio Carta) . Quando Villa Deliella viene demolita, infatti, alcune delle linee direttrici su cui poi si riverseranno le colate di cemento della speculazione sono già state individuate. Cè, innanzitutto, una nozione del gusto e dellabitare che guarda al passato più o meno recente (e al liberty in particolare, sospettato di falsa coscienza ornamentale) come un fardello di cui liberarsi, e non soltanto a Palermo o in Italia se è vero che, a Bruxelles e addirittura nel 1965, un capolavoro di Victor Horta, la Volkhuis, viene abbattuta nonostante gli appelli internazionali. Nel 1959, per esempio, era già avvenuta la distruzione del rione Villarosa con il palazzo progettato da Venanzio Marvuglia che delimitata uno dei Quattro Canti di campagna, e in sua vece era sorto lo spazio porticato di Piazzale Ungheria dominato dalla mole del grattacielo INA; era già avviata la lottizzazione del quartiere di Villa Sperlinga ad opera dellIRE, e quasi ultimata la ricostruzione del fronte a mare su via Crispi, con la serie uniforme di edifici che chiudevano definitivamente la relazione, anche visiva, della città rispetto al porto. E ancora, era stato progettata la sistemazione del mandamento Monte di Pietà con due grandi arterie, una parallela laltra diagonale rispetto a via Maqueda, che avrebbero sventrato e distrutto il quartiere secondo modalità proprie dellOttocento. Attenzione: molti di questi progetti destinati a imporre i loro stilemi al paesaggio architettonico e urbanistico palermitano non sono opera di quella pletora di geometri che avrebbero disegnato i casermoni viale Strasburgo, ma recavano in calce le firme di alcuni dei professionisti più affermati dellambiente non solo palermitano, in molti casi sin troppo autoindulgenti rispetto allo scarto qualitativo della loro opera per preoccuparsi del destino complessivo della forma urbana. Tra gli altri: Vittorio Ziino, Edoardo Caracciolo, Leonardo Foderà, in molti casi anche espressione della cultura accademica del tempo e comunque riepilogatori non superficiali del lessico modernista. A conferma di come, contrariamente a quanto spesso si sostiene, Palermo non abbia espresso nei confronti del nuovo alcuna sostanziale riserva, soprattutto in anni in cui la nuova architettura residenziale era lo specchio del boom economico, e della fuoriuscita (ingannevole per molti versi) da una condizione di marginalità e povertà. La lettura del contesto di inserimento, il rapporto armonico con la storia non erano, insomma, valori circolanti nella cultura architettonicadellepoca, a Palermo come altrove, tanto che lo stesso prestigioso studio milanese BBPR, autore di in un inserimento esemplare come Palazzo Amoroso a piazzetta Santo Spirito, in occasione della nuova sede del Giornale di Sicilia in via Lincon realizzò un intervento palesemente fuori scala rispetto alla quinta di Villa Giulia e dellOrto Botanico. Altra peculiarità palermitana: quel vuoto di Villa Deliella che slabbra una delicata cesura urbana, uno degli intermezzi del viale della Libertà prospiciente la quinta finto medievale del monastero delle Croci opera di Basile padre, è ancora lì, cinquantanni dopo, a distanza di ventanni in cui Orlando commissionò a Mario Botta (allora già noto ma non celebre come oggi) il progetto di massima per un edificio che risarcisse la città della perdita subita, non si capì bene per la galleria darte moderna o per uno spazio espositivo. Varrebbe la pena di riprenderli, quella indicazione e quel progetto, magari con una identità di destinazione più specifica; tra le altre ragioni, per restituire allarchitettura moderna a Palermo quella funzione di interprete ed equilibratore dello spazio urbano che così raramente, dal dopoguerra a oggi, vi ha svolto.
SICILIA - Il disatro urbanistico da villa Deliella in poi
Il convegno "Palermo. Alle radici del disastro urbanistico. Cinquantanni da Villa Deliella" organizzato da "Salvare Palermo" a Palazzo Steri ha esplorato la storia recente di Palermo, in particolare la distruzione di Villa Deliella e il sacco edilizio che ha sfigurato il volto e l'ordine della città. Il convegno ha evidenziato come la demolizione di Villa Deliella sia stata solo uno degli aspetti di una stagione di modernizzazione distorta della città, caratterizzata da una nozione del gusto e dell'abitare che guarda al passato come un fardello da liberarsi.
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