BENI CULTURALI I restauratori in lotta e le strane procedure per la loro «idoneità» Arianna Di Genova Nel paese dei beni culturali, con un patrimonio capillarmente diffuso sul territorio invidiato da tutto il mondo, c'è la paralisi del settore «restauro». Cosa è accaduto? Succede che l'Icr - Istituto centrale di restauro - è costretto a sospendere le lezioni (da qualche tempo non si formano nuove classi, quest'anno termineranno il corso i pochi fortunati che hanno avuto accesso e poi, niente più) e che i tanti professionisti, provenienti da altri canali di formazione e apprendistato, vengano declassati o addirittura messi in condizione di non riuscire più a lavorare. Decoratori, restauratori di dipinti, affreschi, tavole, stucchi, ceramiche e marmi, persone dalla lunga esperienza e che sono spesso state «sfruttate» nei cantieri (assunte con stravaganti qualifiche, con escamotage da parte dei datori di lavoro per non pagare le tasse dovute), difficilmente potranno documentare la loro professione con tutta la modulistica richiesta. E il decreto 532009 che legifera in materia richiede per i restauratori non in possesso di diploma dell'Icr (o dell'Opificio delle Pietre dure di Firenze, o ancora della Scuola di Ravenna per il mosaico) un esame di stato (prove di idoneità al mestiere, in forma scritta e test teorico-pratici, con interventi su manufatti), accompagnato da una certificazione che in molti casi è mancante. Per fare un esempio: servirebbero le attestazioni di «buon esito del lavoro» rilasciate dalla sovrintendenza (sotto la cui supervisione la maggior parte di loro ha operato, anche per restauri importanti, in chiese o monumenti). Negli anni passati, però, non era consuetudine scrivere quel documento. E dunque? I restauratori hanno fatto ricorso al Tar (con tanto di istanza di diffida per la Regione) contro l'impianto normativo. Non per bloccarlo, ma per una modifica ragionevole che permetta di riconoscere il lavoro svolto, senza introdurre elementi che ostacolino l'accesso alla professione, per di più retroattivi. Molte cooperative e piccole imprese sono state messe fuori gioco. Così come sono improvvisamente diventati «clandestini» i corsi regionali e provinciali. Nonostante l'eccellenza nel settore del restauro dell'Italia, fino al 2000 non era mai stata emanata una norma che definisse le caratteristiche specifiche della figura professionale. Il Far West purtroppo ha regnato sovrano (anche il controllo dello stato sui beni culturali è stato spesso traballante), poi una legge sui lavori pubblici ha messo qualche «punto», riservando una sezione ai restauratori. Via via si sono andate distinguendo le varie competenze fino alla definizione di «esperto scientifico» e «collaboratore scientifico», entrambi preposti a una indagine, in collaborazione con i restauratori, sulla diagnostica e i materiali. Ma sembra proprio che i nuovi criteri, invece di fare ordine, abbiano creato il caos.
I restauratori in lotta e le strane procedure per la loro idoneità
Il settore del restauro dei beni culturali è paralizzato in Italia a causa di una serie di normative che hanno creato un caos. L'Istituto centrale di restauro (Icr) ha dovuto sospendere le lezioni e i professionisti del settore sono stati declassati o messi fuori gioco. I restauratori devono ora documentare la loro professione con una modulistica richiesta, ma molti non hanno le qualifiche necessarie. Il decreto 53-2009 richiede un esame di stato per i restauratori non in possesso di diploma dell'Icr, ma molti non hanno le attestazioni necessarie.
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