- Al Louvre lasciti e acquisti. Immotivate le rivendicazioni patriottiche per la Gioconda Il 21 agosto 1911 tutti i giornali del mondo pubblicarono la sensazionale notizia: al Louvre era stata rubata la Gioconda. Due anni dopo, il 29 novembre 1913, l'antiquario fiorentino Alfredo Geri ricevette una lettera firmata «Leonardo». Vi si proponeva, per amor di patria, la «restituzione» all'Italia del dipinto in cambio di 500 lire. Il ladro, un imbianchino italiano che aveva lavorato al Louvre, fu scoperto e il dipinto, prima di essere riconsegnato al Louvre, venne esposto alla Galleria Borghese, dove ebbe un successo di folla mai visto in un museo. Alla fine, la brutta avventura contribuì a fare del ritratto d'una sconosciuta il dipinto più celebre del mondo. Le giustificazioni patriottiche addotte dal falso Leonardo erano del tutto fuori luogo. La Gioconda non era stata portata via dal-l'Italia con la forza. Dopo averla tenuta per anni nello studio, Leonardo la portò con sé in Francia dove si trasferì alla morte di Giuliano de' Medici, suo protettore, su invito del re Francesco I, grande ammiratore del maestro. Nel 1517 il cardinale Luigi d'Aragona visitò, in Francia, lo studio di Leonardo . Il pittore mostrò loro tre dipinti: un san Iohanne Baptista giovane, ossia il San Giovanni Battista che giunge ora a Milano, la Madonna col Bambino e sant'Anna e il ritratto d'una dama eseguito «a istantia» di Giuliano de' Medici, ovvero la Gioconda. Un altro San Giovanni Battista, sempre di Leonardo, talvolta confuso con un Bacco, era già nelle collezioni reali francesi nel '600. Naturalmente, tutti questi dipinti erano stati eseguiti in Italia. Alla posa profetica, seducente e languida del San Giovanni esposto a Milano, Leonardo pensava già quando era a Firenze, come dimostra lo schizzo d'un allievo sullo steso foglio dove appare un appunto per la Battaglia d'Anghiari. Leonardo non dipingeva più nei pochi anni in cui visse in Francia, ma certamente tornò a insistere sul San Giovanni giovane aggiungendo uno strato di vernice all'altro, nella ricerca di quella pictura nigra di cui aveva parlato Plinio e che appariva conturbante e seducente come uno specchio. Nella raccolta di Mariano Astalli, a Roma, Leonardo aveva visto una statua di Ermafrodito. Non poteva non intrigare la sua mente inquisitiva quella creatura che univa in sé entrambi i sessi e, rimeditando sul suo San Giovanni, ne esaltò l'ambiguità in un disegno in cui, con lucida franchezza, raffigurò la sua visione fisiologica e anatomica d'un ipotetico ermafrodito. Se i dipinti visti dal cardinale nello studio di Leonardo appartengono tutti all'ultimo periodo dell'artista, non è così per un ritratto di dama posseduto dal Louvre e che era già a Fontainebleu almeno dal '600. Si tratta di un'opera eseguita a Milano circa nel 1495 che ebbe profonda influenza sui pittori milanesi. La figura è tagliata poco sopra la cintura e occupa lo spazio come se si trattasse non di un dipinto, ma di una scultura cui si potesse girare intorno. L'ovale del volto è perfetto e lo sguardo è sicuro e senza ambiguità. Stranamente, il dipinto è noto come «La belle ferronière », ovvero «la bella moglie La dimenticanza Quando dopo la caduta di Napoleone la delegazione milanese ottenne il rimpatrio del Codice Atlantico, per un puro errore materiale non aveva nell'elenco delle richieste i fascicoli con i disegni, che rimasero all'Institut de France