Paestum (Salerno) Festa grande a Paestum per salutare la conclusione del complesso restauro,durato quasi 9 anni, dei tre templi dorici che dominano l'area archeologica, tra le più gettonate d'Italia,oltre 500 mila visitatori l'anno. L'appuntamento più suggestivo si è consumato la sera con l'attivazione del nuovo impianto d'illuminazione, finanziato dalla Regione, che consentirà questa estate di camminare sotto le stelle tra i monumenti e ascoltare le voci registrate che ne ripercorrono la storia. Disegnate dalle luci dei riflettori le sagome squadrate di quei colossi di pietra si sono di colpo stagliate nel buio come astronavi aliene riemerse dal corso del tempo, doni di dei remoti e temibili. Miraggi di una cultura straordinaria e potente. Come duemilacinquecento anni fa apparvero probabilmente alle popolazioni italiche della piana e dei monti che si erano arrese senza grandi conflitti a quel manipolo di conquistatori venuti dalla colonia greca di Sibari sullo Jonio, dove si erano insediati due secoli prima, per creare alla loro polis una testa di ponte agricola e commerciale sul Tirreno, ribattezzata col nome di Poseidonia. Persino fari d'orientamento, come per secoli hanno continuato a rivelarsi ai naviganti che percorrevano quel tratto di mare e li vedevano ergersi alla foce del Sele tra campagne e paludi, senza lo schermo della pineta, piantata negli anni Trenta, che ora li nasconde alla vista. Le stesse sensazioni di stupore e mistero che i tre templi trasmettono ancora, con quei colonnati massicci che si levano quasi intatti e fuori scala sul fitto tappeto di rovine rimaste a documentare le civiltà che si sono succedute e stratificate nel sito, prima dell'abbandono medievale: dopo i greci i lucani, da cui deriva il nome di Paestum della città, e quindi, fino al crollo dell'impero, i romani. Accentuate dal nitore impresso dai restauri, che, rimossi strati di sporco e piante infestanti, hanno restituito al calcare delle colonne le calde vibrazioni originarie tra il bianco e l'ocrea della pietra, estratta da cave locali. Una pelle da fantasmi che però tradisce l'aspetto che i tre santuari dovevano avere all'epoca. «Una delle scoperte più emozionanti degli studi che hanno preceduto l'intervento- spiega Marina Cipriani, la direttrice del museo di Paestum che con la soprintendente Giuliana Tocco ha coordinato l'operazione- sono proprio le tracce di colore trovate nei rilievi , negli incassi più alti , nelle bordature dei fregi. I fianchi e le facciate erano vivacissime lavagne : un alternarsi di blù, rossi, neri, giallo ocra sugli intonaci che coprivano le pietre e gli ornamenti di pietra o terracotta delle gronde». Altra curiosa scoperta nel corso dei lavori è il ritrovamento nelle fasciature su in alto del tempio di Athena di tasselli lapidei su cui erano impressi segni mai notati prima, che risalgono alla messa in opera del santuario: cerchi, rombi, quadrati, lo schizzo di una gamba. Che significavano? Chi e perché li ha tracciati? Gli archeologi non hanno ancora trovato una risposta convicente, ma escludono l'ipotesi di marchi per contrassegnare i rocchi e i blocchi, la cui collocazione veniva indicata con numeri. Non pongono invece problemi d'interpretazione, ma fanno comunque storia, le scritte incise sulle pietre, rilevate dagli studiosi che per la porima volta hanno potuto ispezionare in modo sistematico la sommità dei tre santuari avvolti dai ponteggi: sono firme dei visitatori del Grand Tour, che scalavano chissà come le rovine e poi lasciavano le loro sigle a ricordo dell'impresa. Molte risalgono alla fine del Settecento. Preannunciano le devastazioni e il malcostume di tanti turisti odierni ma raccontano anche il riemergere di Paestum dall'oblio e dall'abbandono in cui era precipitata. Una riscoperta cui è dedicata la bella mostra, allestita nel museo dell'area, ulteriore sigillo per la fine dei restauri. Avvenne nel secolo dei lumi quando la riesplosa moda dell'antico riaccese l'attenzione per quei templi naufragati tra acquitrini spopolati e mandrie di bufali al pascolo che nessuno sapeva più interpretare. E la corte borbonica spedì sul posto un ingegnere militare col compito di eseguire una mappatura dell'area archeologica. All'inizio i templi dorici rischiarano di pagar caro quel ritorno alla ribalta. A Napoli ci fu persino chi suggerì di demolirli e di riusarne le colonne per la reggia di Capodimonte. E chi ventilò l'idea di costruirci attorno una gigantesca villa per i reali in vacanza. Ma alla fine l'incantesimo di quei ruderi ebbe il sopravvento, imponendone la visita come tappa obbligata sulle rotte.
Paestum, la luce e il colore
A Paestum, in provincia di Salerno, si è concluso il restauro dei tre templi dorici, durato quasi 9 anni. La festa di inaugurazione si è svolta la sera con l'attivazione del nuovo impianto d'illuminazione, finanziato dalla Regione. Il nuovo impianto permetterà di visitare i monumenti anche di notte, ascoltando le voci registrate che ne ripercorrono la storia. I templi sono stati restaurati con il nitro impresso dai restauri, che hanno restituito alle colonne le calde vibrazioni originarie. Durante i lavori sono state scoperte tracce di colore sui rilievi e sulle gronde, e sono stati ritrovati tasselli lapidei con segni mai notati prima sul tempio di Athena.
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